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Casaglia: il racconto di Cornelia Paselli (18 anni)

Noi scappammo di gran corsa a questa chiesa che era la parrocchia di Casaglia. Come arrivammo su alla chiesa ci trovammo cento persone perché tutti erano fuggiti lì perché pensavano nessuno avrebbe fatto del male e nemmeno incendiato la chiesa. Ci sentivamo al sicuro. Difatti andammo dentro e poi arrivò anche il prete e disse: “Diciamo il rosario perché c’è pericolo, preghiamo”, ma nessuno riusciva a pregare perché ci era venuta una grande angustia. Aspettammo aspettammo, sempre con una gran paura addosso, poi d’un tratto sentimmo bussare alla porta, erano i tedeschi delle SS.
Cominciarono a urlare: “Tutti fuori, tutti fuori!!” e poi parlarono con il prete: “Accompagni tutta questa gente a Cà Dizzola”. Allora io a sentire così pensai: “Appena sono nel bosco, mi nascondo”, proprio pensai subito di nascondermi da questo pericolo. Intanto che ci incamminiamo, all’incrocio che va giù a Cerpiano, arrivò un’altra squadra di tedeschi. Appena ci videro fecero degli urli: “Alt Alt Alt!”.
Intanto un ufficiale diede l’ordine di abbattere il cancello del cimitero. Allora io, vedendo quella scena, dissi a mia madre:” Mamma, vedi lì c’è la nostra fine” io vidi già la scena, la fine. Poi presero il prete con loro e piazzarono un tedesco di fronte a noi con la mitragliatrice; dovevamo aspettare la risposta perché il prete aveva detto: “I vostri camerati hanno detto di andare a Cà Dizzola”. Aspettammo lì quasi una mezz’ora, pioveva e poi arrivò un tedesco a dare l’ordine. Cominciò a dire: “Raus raus!”, io chiesi: ” Come?” E lui: “Avanti avanti!”, in malo modo con arroganza.
Io ero in mezzo al gruppo ed entrando in mezzo al cancello del cimitero, pensavo…pensavo a tante cose, che non riuscivo a fare un pensiero nitido, volevo scappare , volevo buttarmi, l’ultima cosa da potermi salvare, ma non ci riuscivo, sembrava che il cervello scoppiasse, allora spingevo spingevo perché volevo stare in mezzo al gruppo, mi sentivo un po’ protetta e invece finii contro il muro proprio sull’esterno nella parte sinistra e lì non riuscivo neanche a fare un passo, poi davanti a me avevo il tedesco che piazzò la mitragliatrice proprio dalla mia parte, di fronte.
Vedevo tutto, sentivo tutto, vidi che caricava la mitragliatrice con il nastro di proiettili e io rimanevo lì dritta così e volevo sempre spingere, non ci riuscivo. D’un tratto sentii un colpo talmente forte, talmente forte, non sapevo cos’era. Possibile la mitragliatrice? Ma come è pesante per fare un…poi veniva giù l’intonaco, poi capii che era una bomba a mano, era stata una grande esplosione. Questa bomba mi fece fare un salto, una capriola che mi portò proprio nel centro della gente, del gruppo ma con la testa conficcata a terra e la gambe per aria. E lì cominciai a sentire tutto il sangue addosso degli altri, e dicevo: “Dio! Tutto…”., mi colava sulla faccia, dappertutto e pensai questo è il sangue dei feriti, poi per un attimo ebbi la paura che fosse il mio e lì svenni.
Dicevo, pensai, se sono stata colpita e non ho sentito il dolore? Proprio mi feci questa domanda e lì svenni. Mi accorsi che ero svenuta perchè dopo tanto tempo sentivo delle voci lontane, lontane invece era mia madre che mi chiamava: “Cornelia, Cornelia…” e io stavo zitta dalla paura e lei insisteva: “Sei ancora viva?”, “Sì mamma, stai zitta per carità”. Tutti piangevano, una quando sentì la mia voce, mi disse, vienmi ad aiutare ti prego, mi manca la mano… La mamma disse: “Non sto più in piedi, mi hanno mitragliato tutte le gambe”, non stava più in piedi. E poi disse: “Gigi e la Maria sono già andati…”. Invece mi sorella, mia sorella urlava, aveva 15 anni diceva: “La mia testa, la mia testa!”, aveva avuto una esplosione vicina, vicina che aveva ucciso un donna e lei era convinta di avere la testa spaccata.
Io riuscivo a camminare ma mi ci è voluto a tirarmi fuori perché avevo tutti i corpi addosso, ma dovevo aiutare mia madre. Lei non si lamentava e io le dicevo: “Adesso mi tiro su e ti vengo ad aiutare”. Sono stata lì dalle 9 alle 4 del pomeriggio, poi quando ho visto che i tedeschi se ne erano andati, c’era un bambino in piedi che guardava e diceva: “Non c’è nessuno, non ci sono più, scappate”!
Allora per prima scappò la Lucia Sabbioni, poi altre 2 o 3. La Lucia era molto ferita e la portavano in spalla.
Mi alzai su, trascinai mia madre vicino al muretto, le feci un laccio nella coscia perché sanguinava tutta, e la adagiai vicino al muretto. “Mamma adesso corro a Cerpiano che vado a cercare aiuto, e ti portiamo a Bologna al Rizzoli, là fanno le gambe nuove”, cercavo di consolarla e lei poverina era paziente. Lì rimase mia sorella e mia cugina. Appena fuori, era tutto scoperto e si vedeva Cerpiano benissimo, allora, anche l’oratorio.
Sul gradino dell’oratorio c’era un tedesco di guardia e da dentro si sentivano delle urla, delle grida… e io capii che anche là era successo uguale. Quando vidi così cominciai a scappare nel bosco e finii a Gardelletta, sempre per cercare qualcuno, non c’era un’anima.
Un tedesco di guardia non mi vide. Andai verso la ferrovia, passai dalla nostra casa ma non ebbi il coraggio di andare dentro, la guardai così e mi dissi: “Cosa ci vado a fare?, non c’è nessuno”. Allora pensai di andare su dai contadini, perché noi avevamo una pecorina, mio padre nello sfollare l’aveva lasciata lì da loro.
Quando arrivai su, era vicino a casa nostra, trovai i contadini morti nell’aia, poi mi guardai attorno, vidi la pecorina sgozzata, tutta piena di sangue e lì rimasi talmente male, avvilita, mortificata che cominciai a piangere, piangere perché fino ad allora non ero riuscita a piangere. Vedendo la pecorina, capii che era finito tutto. Andai giù singhiozzando, per me era già morto tutto. Arrivai a Casa Veneziani ed erano tutti morti anche lì ”

(Testimonianza tratta dal video documentario Quello che abbiamo passato, Fondazione Scuola di pace di Monte Sole, 2007)

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