È un tempo difficile.
Ci sono lutti da elaborare, preoccupazioni di vario genere, una situazione sociale diversa, che fa emergere alcune dinamiche, ne sommerge altre.
C’è tanto tempo da trascorrere in quasi-isolamento per tanti e tante e apprezziamo moltissimo gli sforzi fatti da musei e siti per condividere virtualmente il loro patrimonio.
Ci siamo chiesti anche noi cosa potevamo proporre.
Noi ci occupiamo di educazione e abitiamo un luogo di memoria. Il rapporto dialogico memoria-educazione è il nostro lavoro.
Purtroppo – o per fortuna – quel lavoro crea assembramenti, incuranti delle distanze così necessarie ora.
Monte Sole, lo ripetiamo spesso, va abitato, esperito.
Quando tornerà il tempo degli abbracci (per chi li vuole) e degli assembramenti, saremo felici di incontrarvi.
Per ora, vorremmo rilanciare alcune riflessioni sull’oggi, perché, come spesso diciamo, la memoria ha più a che fare con il presente che con il passato.
“Women are silent about what happens to them, that’s a very common element that, whatever’s happened to a woman, she is forced into that silence, and that silence comes from a lack of justice, there’s a subtle judgement and a sense of shame, and the sense is we carry the shame of our perpetrators, we carry the shame of those who abused us. They should carry the shame, not us.”
“Le donne non dicono cosa succede loro, è una cosa comune, qualsiasi cosa capiti a una donna, lei è obbligata al silenzio, quel silenzio che viene dalla mancanza di giustizia, c’è un giudizio sottile e un senso di vergogna, noi ci facciamo carico della vergogna dei nostri carnefici, noi ci facciamo carico dellla vergogna di quelli che hanno abusato di noi. Loro dovrebbero farsene carico, non noi.”
Queste sono le parole di Bonnye Djuric, creatrice del progetto “Parragirls”, del Parramatta Female Factory Precinct Memory Project. Questo complesso, nella periferia di Sidney, era prima destinato alla reclusione forzata delle donne che venivano istituzionalizzate per le più diverse ragioni e poi ha visto l’allargamento anche ad una sezione orfanotrofio per bambini in custodia da parte dei servizi sociali. Un luogo chiuso, all’interno del quale, gli abusi erano frequenti nei confronti di donne e ragazze. Bonnye ci racconta che gli abusi erano ancora più frequenti quando le ragazze erano in cella di isolamento.
In questi giorni, l’immagine che accompagna la raccomandazione di non uscire di casa è quella di una porta chiusa. Chiudere la porta dovrebbe quindi significare che il pericolo resta fuori. Ci viene però ricordato che il pericolo potrebbe essere dentro casa e che in questa situazione qualcuna potrebbe dover chiedere aiuto.
I centri Antiviolenza D.i.Re Donne in Rete contro la violenza sono tutti raggiungibili anche chiamando il numero verde antiviolenza 1522
A questo link https://www.direcontrolaviolenza.it/emergenza-coronavirus-…/ tutti i contatti e le informazioni per non lasciare sole le donne in situazioni di violenza.

Marcelle Zoughbi, parte della famiglia di Betlemme della Scuola di Pace, è un’insegnante e una persona piena di vita e di energia. Con il suo permesso condividiamo quello che ha scritto. (English version on https://www.facebook.com/
“Dunque, oggi stavo facendo una lezione on line ai miei studenti e cercavo di spiegare perché dovrebbero padroneggiare in maniera eccellente la scrittura, indipendentemente dal tipo di percorso che sceglieranno in futuro.
Mentre parlo, una studente alza la mano e chiede: “Miss Marcelle, quando si compra una pistola negli Stati Uniti c’è bisogno di scrivere perché vuoi o stai comprando quella pistola?”
Sono stata un po’ spiazzata dalla domanda, ma ho risposto: “Non sono sicura che sia così in tutti gli Stati Uniti, ma so che alcuni stati non richiedono altro che una licenza. Perché lo chiedi?”
Mi ha quindi risposto che sa che le università di solito richiedono un saggio che spieghi cosa vorrebbero studiare e perché, e stava quindi chiedendo come mai dobbiamo fornire giustificazioni per il nostro desiderio di ottenere educazione e conoscenza, ma non dobbiamo giustificare l’acquisto di un’arma.
Ero interdetta e sono riuscita a dire solo “educazione è potere!”
Tuttavia, perché dobbiamo giustificare il bisogno di educazione e di medicine (con le ricette mediche) ma non l’acquisto di armi?
Semplicemente viviamo in un sistema corrotto.
Ho concluso ringraziandola per il suo intervento, e ricordando agli studenti che loro sono il futuro e che solo loro possono determinare il tipo di sistema in cui vogliono vivere. Ho dato quindi loro il compito di creare un sistema e un mondo migliore per tutti!
E’ importante che, mentre il mondo continua a combattere contro il COVID-19, ci ricordiamo che questo è uno dei molti problemi che affrontiamo. E fortunatamente, abbiamo molto più potere di cambiare insieme i sistemi in cui viviamo che di fermare i virus. Quindi continuiamo a lavorare assieme per creare un futuro migliore per tutti, un futuro contraddistinto da equità, giustizia, opportunità e inclusività.”
Nei nostri laboratori educativi, insistiamo spesso sulla scelta delle parole: i partigiani, per esempio, venivano chiamati banditi dall’esercito tedesco.
L’utilizzo di una parola determina inevitabilmente una eco, fatta di altre parole associate ad essa.
Nella Fase 1 del periodo Covid è stata spesso utilizzata una parola: martire.
Il martire è colui che fa testimonianza della propria fede, non abiurando anche a costo della propria vita.
Quindi, il sacrificio è spesso legato al martirio.
All’epoca della Controriforma, in un’operazione che per certi versi potrebbe essere considerata propagandista, le chiese si riempirono di quadri che ritraggono martiri. Di fronte al martire, di fronte al sacrificio, il senso di colpa era sollecitato.
Il termine martire verrà poi utilizzato in senso civile associato all’eroismo.
I martiri del Risorgimento, ai quali vennero intitolate strade, dedicate statue, dovevano invitare, attraverso il senso di colpa suscitato dal loro sacrificio, ad “essere italiani”.
A volte anche le vittime di Monte Sole vengono definite martiri. Alle vittime di dittatura, alle vittime di mafia si assegna il termine “martire”.
In questi ultimi casi, però, la parte del martirio che viene sottolineata è la persecuzione, la violenza subita, l’accanimento, mentre l’idea del sacrificio conseguente a una precisa richiesta di abiura non sempre è presente: a queste vittime, spesso, non viene nemmeno proposta una scelta.
Recentemente, in tempo di Covid, il termine martire è stato spesso associato agli operatori sanitari morti. Questi operatori hanno avuto senz’altro un grande senso del dovere, ma usando il termine martiri si associa ad essi il senso della volontarietà. Più raramente questo termine è stato accostato anche ad altre tipologie di lavoratori che operavano in ambienti non così strettamente collegabili alla malattia, come i corrieri o le cassiere del supermercato.
Ora, noi non sappiamo se tutti i lavoratori e le lavoratrici mort* per avere contratto il virus nell’ambiente di lavoro, abbiano o avrebbero davvero scelto di lavorare a costo della propria vita.
Ci sembra però che se le parole usate sono “martire, eroe, sacrificio” anziché “morti sul lavoro”, questo susciti in noi senso di colpa anziché rabbia e che manchi nel quadro generale un’altra parola importante: giustizia.
In questi mesi di emergenza sanitaria, una delle parole più frequenti in diverse declinazioni è stata ‘confine’: non si potevano varcare confini comunali, provinciali, regionali e nazionali; si era chiamati al confinamento domestico, si fronteggiava lo sconfinamento della tecnologia in ogni aspetto della vita lavorativa e spesso di quella sociale.
Abbiamo amici e amiche spars* per il mondo e per ciascun* di loro la parola confine e le sue derivate hanno assunto e possono assumere significati diversi.
Abbiamo l’occasione qui di proporvi un punto di vista particolare, quello di Piero Purich, storico ed educatore nato a Trieste nel 1968, che con il senso del confine ci fa i conti personalmente visto che solo nel 2017 ha potuto riprendere il cognome di famiglia, che era stato italianizzato in «Purini» durante il fascismo.
“I confini hanno una doppia natura: possono essere una frontiera invalicabile tra due situazioni totalmente inconciliabili oppure semplicemente una linea osmotica tra due condizioni differenti, ma che proprio grazie a quell’osmosi creano un terzo stato che è una curiosa fusione tra i due stati iniziali.
Abitando in una città di mare (oltre che di confine) come Trieste, mi sono sempre sorpreso a guardare come sulle carte geografiche i confini siano linee di divisione, che separano nettamente il paese colorato in rosa da quello colorato in giallo o in verde. E la divisione più netta che mi è parso sempre di notare è quella con l’enorme spazio blu: il mare.
Se invece andiamo a vedere la realtà di quest’ultimo confine, che sembrerebbe la separazione fisica più invalicabile (addirittura tra stati fisici diversi: da una parte quello solido della terra, dall’altra quello liquido dell’acqua) notiamo che questo confine netto non esiste, vediamo che il bagnasciuga è una fascia più o meno larga dove le onde intervallano in continuazione la terra e il mare, dove le due realtà teoricamente separate si sovrappongono in continuazione. Una fascia che non è né mare, né terra, o che è entrambi, in cui esistono forme di vita (granchi, molluschi…) che non potrebbero vivere in un altro luogo che in quella zona osmotica perché necessitano per la vita di entrambi gli elementi.
Lo stesso si può tranquillamente dire per molti dei confini umani, che sono fondamentalmente dei confini amministrativi e linguistici: da una parte si parla una lingua e valgono determinate leggi, dall’altra altra lingua e altra legge. Eppure chi è nato su un confine in linea di massima è figlio di entrambe quelle culture. L’osmosi tra due zone non può essere evitata: addirittura nei momenti di massima contrapposizione politica ed ideologica, i territori a ridosso della Cortina di Ferro dovettero dialogare per l’approvvigionamento idrico, per i sistemi fognari o per la gestione comune di ferrovie, fiumi, litorali marini. L’ “uomo di confine” possiede, con diverse gradazioni, entrambi i patrimoni: magari non conoscerà perfettamente la lingua del vicino, ma, dal momento che l’identità non è solo linguistica, la cucina del vicino gli sarà forse più familiare rispetto ai piatti della madrepatria, la musica di quella zona sarà la stessa cantata in due lingue diverse e totalmente diversa da quella suonata nelle rispettive capitali, il senso dello humour avrà delle caratteristiche comuni completamente differenti dai programmi comici dati nelle televisioni nazionali. Un’amica triestina, pur non parlando lo sloveno, sentendo due turisti esprimersi in quella lingua durante una gita nel Grand Canyon, confessò di “aver sentito aria di casa”.
L’altra possibilità per chi vive sul confine è di chiudersi a riccio in una situazione di difesa proprio per evitare di essere “contaminato” dai batteri dell’altro popolo. E’ interessante notare come molto spesso gli esponenti più sciovinisti della zone di confine siano in realtà persone che familiarmente provengono da situazioni miste, ma che scelgono di appartenere a quella delle due che ritengono più nobile (o anche, semplicemente, più conveniente per i loro interessi personali).
Proprio per queste caratteristiche ho trovato estremamente grave la chiusura dei confini tra i vari stati europei durante (o con il pretesto del)la crisi del coronavirus. È dai momenti più tesi della guerra fredda che il confine orientale non veniva blindato e, addirittura non fu chiuso nemmeno durante le fasi iniziali del conflitto in Jugoslavia, quando nel ’91 la battaglia per l’indipendenza della Slovenia fu combattuta proprio sui valichi confinari. In quell’occasione il passaggio restò aperto pur sotto la responsabilità individuale di chi osava passare.
La chiusura dei confini in realtà è un qualcosa che abbiamo sperimentato frequentemente nel passato se si pensa che il trattato di Schengen è stato sospeso per ben 116 volte dalla sua entrata in vigore nel 1997. Certo la sospensione è prevista dalle regole del codice in casi eccezionali (all’articolo 23), ma può essere solo temporanea, proporzionata e motivata. Ecco perché quando dal 2015 questa misura è stata introdotta da vari paesi per limitare l’immigrazione internazionale, più di un campanello d’allarme si è messo a suonare. Chiaramente non si è mai trattato di un blocco totale, ma del ripristino dei controlli alle frontiere, misura che però chi vive sul confine non gradisce e vive come una forte limitazione alla propria libertà di movimento. La chiusura dei confini preoccupa chi ha superato mentalmente e praticamente quei confini, è percepita come un ritirarsi del paese all’interno di se stesso, una regressione egoica e autarchica e un possibile ritorno al nazionalismo. Nazionalismo che da sempre è l’ideologia più pericolosa per le terre di confine proprio perché rifiuta il confronto con il confinante e coltiva la propria superiorità, atteggiamenti che facilmente sfociano in politiche aggressive.
La crisi del Covid-19 ha dimostrato come queste dinamiche siano pressoché consequenziali: alla chiusura dei confini verso l’esterno ha fatto da corollario un’esplosione di retorica patriottarda, con bandiere esposte ai balconi, l’inno nazionale cantato a squarciagola dalle finestre, un’autocelebrazione delle virtù italiane del tutto priva di senso dato che i virus non colpiscono né in base alla cittadinanza, né in base alla lingua che uno parla”.
[ph. credit Piero Purich: il confine di Casa Rossa – Rožna Dolina a Gorizia nel ’47, nel ’91 e oggi]
