International Coalition of Sites of Conscience
— English text below —
Mentre i capitoli bui della storia richiedono trasparenza e coraggio per essere affrontati, allo stesso modo i momenti di coraggio e pace devono essere ricordati come fari nella notte.
Oggi onoriamo le persone notevoli che 75 anni fa combatterono per liberare l’Italia e porre fine all’oppressione di milioni di altre persone. Le loro azioni continuano a essere di ispirazione per noi, dal momento che liberarono non solo le persone di quel periodo, ma anche le generazioni future.
L’International Coalition of Sites of Conscience (Coalizione Internazionale dei Siti di Coscienza) invia i migliori auguri alla Fondazione Scuola di Pace di Monte Sole, un Sito della Coscienza esemplare di lunga data e alle comunità globali con le quali lavora in modo così capace.
Dobbiamo celebrarvi virtualmente quest’anno, ma la nostra ammirazione per i vostri straordinari programmi e il vostro sostegno non conoscono limiti. I vostri sforzi costanti avranno sicuramente un effetto positivo sul mondo per molti anni a venire.
Congratulazioni!
While the dark chapters of history must always be approached with transparency and courage, so too must the moments of bravery and peace be remembered as beacons of light. Today, we honor the remarkable individuals who, 75 years ago, fought to liberate Italy and end the oppression of millions. Their actions continue to inspire us as they freed not only their contemporaries, but future generations as well. The International Coalition of Sites of Conscience sends its best wishes to the Fondazione Scuola di Pace di Monte Sole, a long-standing and exemplary Site of Conscience, and to the global communities it serves so capably. While we must celebrate you virtually this year, our admiration for your extraordinary programs and your advocacy knows no bounds. Your steadfast efforts will surely have a positive effect on the world for many decades to come.
Congratulations!
Le Bois du Cazier, Marcinelle, Belgio

Cari Amici e Colleghi,
In questo curioso periodo di contenimento sociale (in tutta Europa), dobbiamo affrontare un nemico invisibile che cerca di indebolirci tanto sul piano fisico che mentale. Ma restiamo ottimisti, non si puo’ paragonarlo con le sofferenze delle due guerre mondiali. Questo momento difficile deve impegnarci ancora di più a difendere questa pace di cui siamo gli eredi.
Quando la fase di contenimento sociale finirà, ci collegheremo di nuovo con gli altri Siti di Coscienza per perpetuare la Memoria e resistere all’usura del tempo che passa.

Museu Nacional Resistência e Liberdade, Peniche, Portogallo

25th April – Freedom Day // 25 Aprile – Giorno della libertà
Questo è il messaggio che i nostri colleghi del Museu Nacional Resistência e Liberdade di Peniche in Portogallo ci hanno inviato.
“Noi definiamo Resistenza le migliaia di grandi e piccole azioni compiute dal Popolo, inclusi i lavoratori e le lavoratrici, gli e le studenti, gli e le contadin*, gli e le intellettuali, le forze armate che, assieme, hanno minato alla base e indebolito il regime fascista oppressivo.
Questo museo ci ricorderà sempre che la conquista più grande della Rivoluzione del 25 aprile 1974 – la Libertà – continuerà ad essere ‘quell’unica cosa’ che non vogliamo perdere mai più”.
In Portugal, the date 25th April is, as in Italy, a day to celebrate the final insurrection against the Portuguese fascist regime, that ruled the country between 1926 and 1974.
Since the 25th April 1974, when the Democratic or Carnation Revolution took place in Portugal, this April day is a national holyday that celebrates “Freedom”.
The National Museum of Resistance and Freedom (Peniche – Portugal) is installed at the Peniche Fortress, one of the most iconic prisons of the “Estado Novo” Regime, a place of repression, severe violence and resistance. The Museum perpetuates the memory of Resistance to the Portuguese fascist dictatorship and is a place of homage to the arduous and painful struggle in the name of Freedom and Human Rights that took place in Portugal during the 48 long years of repression.
At the National Museum of Resistance and Freedom, we define Resistance as thousands of large and small actions led by an entire People, including workers, students, farmers, women, intellectuals, military forces, that, all together, undermined and weakened the oppressive fascist regime.
This Museum will always remind us that the most valuable achievement of the 25th April 1974 Revolution – Freedom – will continue to be “the one thing” that we don’t want to lose ever again.
National Museum of Resistance and Freedom
Peniche Fortress, Portugal
Museo de la Paz de Gernika, Spagna

El ineludible y transformador recuerdo del pasado /
L’inevitabile e trasformante memoria del passato.
Le persone e le organizzazioni come la nostra (Museo della pace di Gernika) che hanno la missione di ricordare un evento storico (bombardamento di Gernika, guerra civile spagnola, il 26 aprile 1937) con uno scopo di pace, conoscono molto bene il duro lavoro che questo comporta. Il passare del tempo, può far apparire le cose diversamente, e non ha aiutato le generazioni successive, che, a causa del silenzio imposto, non sapevano o parlavano liberamente di ciò che era realmente accaduto.
Sfortunatamente, impariamo poco dai nostri errori del passato e continuiamo a vedere terribili situazioni di guerra, di vittime indifese, di perpetratori che pensano che i loro crimini rimarranno impuniti, di sofferenza e orrore, che continuano a lasciare profonde tracce nella storia della nostra umanità.
Oggi, non ricordare può avere solo conseguenze negative perché presuppone una mancanza di empatia verso i problemi del passato che si ripetono nel presente.
In questi momenti di confinamento in quasi tutto il mondo, la libertà e il ricordo di essa – o della sua assenza per ragioni gravi come la guerra – sono inevitabili. Tutti possiamo sentire nella nostra pelle cosa significa essere rinchiusi e privati di libertà. Per questo motivo, questa commemorazione del 25 aprile in Italia (Giorno della Liberazione) anche a Monte Sole avrà, un significato molto più speciale, sebbene debba essere celebrata online.
Un abbraccio da Gernika che, il giorno dopo, il 26 aprile commemorerà l’83 ° anniversario del bombardamento della sua città.
— testo originale —
Las personas y organizaciones que como la nuestra (Museo de la Paz de Gernika) tienen la misión de recordar un hecho histórico (bombardeo de Gernika, Guerra Civil española, un 26 de abril de 1937) con un propósito de paz, saben muy bien la ardua labor que ello conlleva. El paso de los años, puede hacer ver las cosas de otra manera pero no ha ayudado a las generaciones posteriores, que debido al silencio impuesto, no conocieron ni hablaron libremente de lo que verdaderamente había ocurrido .
Por desgracia, poco aprendemos de nuestros errores del pasado, y seguimos viendo terribles situaciones de guerra, de víctimas indefensas, de victimarios que piensan que sus crímenes quedaran impunes, de sufrimiento y horror. que siguen dejando unas profundas huellas en la historia de nuestra humanidad.
Hoy en día, el no recordar, sólo puede tener consecuencias negativas porque supone una falta de empatía hacia los problemas del pasado que se repiten en el presente.
En estos momentos de confinamiento en casi todo el mundo, la libertad y el recuerdo de la misma –o de su ausencia por motivos tan graves como una guerra—resulta ineludible. Todos podemos sentir en nuestra propia piel, lo que es estar encerrado y falto de libertad. Por eso, este 25 de abril conmemoración del Día de la liberación en Italia y también en Montesole tendrá seguro, un significado mucho más especial, aunque se deba celebrar online.
Un abrazo desde Gernika que, un día más tarde, el 26 de abril conmemorará el 83ºaniversario del bombardeo de su ciudad.
Iratxe Momoitio
Directora del Museo de la Paz de Gernika
Gernika Gogoratuz Peace Research Center, Spagna
Pensando alla parola “resistenza” ricordiamo la dichiarazione fondativa dell’ Internazionale dei Resistenti alla Guerra del 1921 che abbiamo fatto anche nostra:
“La guerra è un crimine contro l’umanità. Per questo sono determinato a non appoggiare nessun tipo di guerra, e ad adoperarmi per la rimozione di tutte le sue cause”.
Pensando en la palabra “resistencia” nos acordamos de la declaración fundacional de la Internacional de Resistentes a la Guerra que data del 1921 y que la hacemos también nuestra:
“La guerra es un crimen contra la humanidad. Por ello me comprometo a no apoyar ningún tipo de guerra, y a luchar por la eliminación de todas sus causas.”
Thinking about the word “resistance” we remember the founding declaration of the War Resisters International dating from 1921 and wich we also make it our own:
‘War is a crime against humanity. I am therefore determined not to support any kind of war, and to strive for the removal of all causes of war’.

Ocupemos nuestro lugar para que florezca el mensaje de Paz del Árbol de Gernika! Let us take our place so that the message of Peace from the Tree of Gernika may flourish!
Memorium Nuremberg Trials, Germania

— English text below —
Il 28 gennaio 1946, la combattente francese per la resistenza e sopravvissuta all’Olocausto Marie-Claude Vaillant-Couturier testimoniò alla Corte Suprema per i Crimini di Guerra di Norimberga. Il suo impegno per la resistenza fu scoperto nel 1942. Venne quindi deportata nei campi di concentramento di Aushwitz- Birkenau e di Ravensbrück. Dopo la seconda guerra mondiale, testimoniò nei procedimenti dell’accusa francese per crimini contro l’umanità durante il processo di Norimberga, dove fu la prima testimone davanti alla corte che parlò come sopravvissuta all’Olocausto.
Successivamente, Marie-Claude Vaillant-Couturier divenne vice-presidente dell’Assemblea Nazionale e poi vice-presidente onoraria. Nel 1987, testimoniò anche al processo contro il criminale di guerra nazista Kalus Barbie, il cosiddetto “macellaio di lione”.
On 28 Gennaio 1946, the French resistance fighter and Holocaust-survivor Marie-Claude Vaillant-Couturier testified in the Major War Criminals Trial in Nuremberg. Her commitment to the Resistance was discovered in 1942. After that, she was deported to the Nazi-concentration camps Auschwitz-Birkenau and Ravensbrück. After World War II., she testified to crimes against humanity for the French prosecution during the Nuremberg trial. In Nuremberg, she was the first witness bevor court, who reported as survivor about the Holocaust.
Later Marie-Claude Vaillant-Couturier became Deputy Chairwoman of the National Assembly and finally its honorary vice president. In 1987, she also testified during the Trial against the Nazi war criminal Klaus Barbie, so called “Butcher of Lyon”.
Marijana Toma, Belgrado, Serbia

— English text below —
Resistenza è prendere posizione sempre per i diritti di coloro che sono impotenti e diversi da te.
Resistenza significa che scegli sempre di dire la verità, anche se la verità potrebbe essere scomoda per te, per la tua famiglia, la tua comunità, la tua nazione e, soprattutto, il tuo stato.
Resistenza significa chiamare fascista un/a fascista, non aver paura di offenderlo/a, e non cercare mai termini accettabili per definirlo/a come fascista permettendo a lui o lei di avere spazio per disseminare il suo odio. Se dai a lui o a lei uno spazio, se li chiami “di destra”, permetti loro to condividere il loro fascismo.
La resistenza contro il fascismo è nelle battaglie di ogni giorno, tutti i giorni – non importa quanto ti senti stanco/a o esausto/a, non importa quanti nemici ti fai – resistenza significa che prendi posizione contro il fascismo ogni volta che lo vedi e lo senti e che sei risoluto/a nel dire: No pasarán. Non ora, e mai più.
Resistance is to always stand up for the rights of those who are powerless and different than you.
Resistance means you choose to always speak the truth, despite the fact that truth might be uncomfortable for you, your family, your community, your nation, and above all, your state.
Resistance means to call the fascist a fascist, not to be scared that you would offend him or her, and never to look for the plausible terms to define him/her as a fascist in order to give him or her a space to disseminate his or her hatred. If you give him/her a space, or call him an ‘alt-right’, you allow him/her to share their fascism.
Resistance against fascism is about everyday/all days struggle-no matter how tired, how exhausted you feel, no matter how many enemies you create – resistance means that you stand up against the fascism every time you see and hear it, and you are firm in saying: No passaran. Not now, and never again.
Marijana Toma, historian and human rights activist, Belgrade, Serbia.
Javeed Ul-Aziz, Kashmir

— English text below —
Resistenza significa, ma non si limita a, una opposizione e/o una ribellione, individuale o collettiva, organizzata o meno, aperta o nascosta, al potere che opera in modo tale da imporre o perpetuare un controllo illegittimo.
Resistenza è tutto ciò che una comunità ferita fa per mettere fine alla sua sottomissione o per mitigare o per aggirare gli effetti che provoca questa sottomissione. Sia sfidare il potere illegittimo sia scappare da esso per indebolirlo si possono definire come resistenza. Rimanere in silenzio quando ci è richiesto di parlare e urlare quando ci è richiesto di stare in silenzio è resistenza.
Resistance means, but is not limited to, an individual or collective , organized or unorganized, overt or covert defiance and/or opposition to power which operates in such a way as to impose or perpetuate illegitimate control. Resistance is all that a bruised community does to end it’s subjugation or mitigate or circumvent the effects that subjugation unleashes. Confronting the illegitimate power or running away from it to cause a dent to it both qualify as resistance. Staying silent when asked to speak and crying aloud when told to be silent is resistance.
Assistant Professor
Department of History,
University of Kashmir
Else Edizioni, Roma

Dall’inizio dell’emergenza Covid 19 a Roma, e probabilmente altrove in Italia, siamo spettatori del rituale dell’inno nazionale diffuso in stereofonia dalle finestre delle case giù nelle strade, tra i palazzi.
L’inno di Mameli per ricordarci che “andrà tutto bene”, che siamo un paese, una nazione unita che sa ancora stringersi alla sua bandiera, perché è opinione comune che siamo “in guerra”. Questo rituale è sempre preceduto e seguito da canzoni pop rigorosamente italiane con relativi balletti sui balconi.
Un rituale che diventa macabro perché avviene alla stessa ora in cui viene diffuso anche il bollettino della protezione civile e la conta dei morti per Covid 19. E così quella musica e quell’inno, quello stringersi a corte, sembra più che altro un bisogno di rimozione non tanto su quanto sta accadendo ma sulle cause di una pandemia che vengono da lontano e riguardano i modi della produzione capitalista, la natura violentata, i cambiamenti climatici, l’interconnessione mercantile planetaria, l’inquinamento, le menzogne dei potenti della terra, per non parlare delle conseguenze che si fanno tanto più disastrose quanto più i governi hanno disgregato le comunità, smantellato lo stato sociale e il servizio sanitario nazionale.
Allora l’inno nazionale ci dovrebbe ricordare proprio questo, a quale paese apparteniamo e a quali politici e amministratori abbiamo messo in mano la nostra salute e il nostro futuro. Resistere oggi non può voler dire altro che pensare al dopo con una nuova e rinnovata, rivoluzionaria, voglia di cambiamento affinché la graduale scomparsa del virus dai nostri orizzonti e la feroce voglia di ripartenza economica non oscuri definitivamente lo slancio verso il nuovo che in questi giorni appare così chiaro e necessario rispetto al mondo così com’è.
Guardando il manifesto di Mariana Chiesa, attraverso le parole di Gloria Fuertes, “la patria non è una bandiera, né una pistola, la patria è un bambino che ci guarda”, ricordiamoci in questo 25 aprile della resistenza di tutti i bambini che sono ora scomparsi dal nostro orizzonte sociale rinchiusi nelle loro case.
Resistere è continuare a sentire il loro sguardo oltre la finestra per un futuro diverso in cui anche loro potranno tornare a desiderare e sperare in un’altra patria e in altri adulti.
Chiara Mammarella e Marco Carsetti
Else edizioni
Federico Tenca Montini

“Il concetto di Resistenza lo associo quasi automaticamente alla minoranza slovena tuttora residente a ridosso del confine.
Vittima già delle prime violenze fasciste nel 1920 con l’incendio della casa di cultura slovena a Trieste, e nemica nazionale in uno Stato che aveva inglobato, ad oriente, ampli territori nazionalmente misti, dopo l’invasione della Jugoslavia nella primavera del 1941 venne a incarnare anche il nemico ideologico, per via del movimento partigiano che fioriva oltreconfine.
Sopravvissuta nel biennio 1943-1945 ad un livore antipartigiano che non ebbe pari in altri territori oggi italiani, la fine della Seconda guerra mondiale non pose fine a violenze che – paradigmatico il pogrom antisloveno di Gorizia nel 1947 con l’incendio di decine di case – si sarebbero trascinate nella zona fino alla definizione del confine nel 1954.
Né gli anni successivi, pur non più imbevuti di sangue, furono facili, stante un clima di contrapposizione politica e nazionale che ormai affondava le proprie radici in una tradizione lunga decenni.
La situazione è migliorata in anni recenti allorché Italia e Slovenia si sono ritrovate nella più grande patria europea; l’ultimo atto simbolico, la restituzione del Narodni Dom, il menzionato palazzo arso nel 1920, è prevista dopo cento anni – covid-19 permettendo – in luglio.”
Federico Tenca Montini, storico e ricercatore presso l’Università degli studi di Trieste
[nella fotografia, Alma Vivoda (Chiampore, 1911 – Trieste, 1943) è stata una partigiana italiana, considerata la prima partigiana caduta nella guerra di Resistenza]
Paulina Matuszewska, museo Martyrologiczne w Żabikowie, Poznàn, Polonia
— English text below —
Per me, in quanto storica che lavora sulle vicende della seconda guerra mondiale, l’incontro con la parola “resistenza” avviene spesso nel contesto del movimento di resistenza al nazismo. Oggi, tuttavia, vorrei ricordare una forma particolare di resistenza, la rivolta del ghetto di Varsavia. Non è una scelta casuale: il 19 aprile in Polonia abbiamo celebrato il 77° anniversario dell’inizio della più grande rivolta armata ebraica contro gli oppressori tedeschi. Nel 1943, quando il mondo sapeva ormai dei ghetti, dei campi di sterminio e delle esecuzioni di massa degli ebrei, nel corso della liquidazione del ghetto di Varsavia del 19 Aprile, un gruppo di persone appartenenti all’ Organizzazione Ebraica di Combattimento, armati solo con una dozzina di pistole e bombe molotov cominciarono la resistenza contro i tedeschi. Si può leggere e scrivere molto sulla storia di questo evento eroico, ma oggi ci concentriamo sul termine “resistenza”. Per me, resistenza significa combattere per una buona causa, opponendosi all’oppressione che spezza i nostri diritti. Tuttavia, questa parola/azione diventa robusta solo quando ci uniamo, con solidarietà, lottando per i nostri diritti. Dobbiamo ricordarci he solo insieme possiamo raggiungere il nostro scopo. Non giriamoci dall’altra parte come fece il mondo di fronte al ghetto che bruciava nel 1943. Qualche tempo fa in Italia, il movimento delle sardine invitò le persone a scendere in strada per resistere alla retorica politica nazionalista, in Polonia le donne lottano per i diritti che vengono loro sottratti. Oggi, noi tutti resistiamo al virus restando nelle nostre case. Domani affronteremo nuove sfide, perchè la libertà non è qualcosa che ci è dato una volta e per sempre.
Paulina Matuszewska, storica ed educatrice del museo Martyrologiczne w Żabikowie di Poznàn, Polonia ha partecipato per due volte ai campi internazionali del progetto EU2BE della Scuola di Pace e ci ha scritto della sua idea di resistenza tra un anniversario e l’altro…
For me as a historian, dealing with a history of the World War II, the word „resistance” I meet very often in the context of the resistance movement against the Nazis. Today, however, I would like to mention the unique form of resistance, which was the Warsaw Ghetto Uprising. This is no accident, because yesterday, April 19th, in Poland we celebrated the 77th anniversary of the outbreak of the greatest Jewish armed resistance against German executioners. In 1943, when the world already knew about ghettos, death camps and mass extermination of Jews, during the liquidation of the Warsaw Ghetto on April 19, a group of people belonging to the Jewish Fighting Organization armed with only a dozen pistols and Molotov cocktails began armed resistance against Germans. We can read and write a lot about the history of this heroic event, but today we focus only on the word “resistance”. For me, resistance means fighting in a good cause, opposing the oppression that breaks our rights. However, this word / action becomes strong only when we stand together with solidarity, to fight for our rights. We must remember that only together we can achieve the goal. Let’s not turn back as the world turned from the burning ghetto in 1943. Some time ago in Italy, Sardines movement came out to the street resisting nationalist political rhetoric, in Poland women are fighting for rights that are limited to them. Today, we all resist the virus by staying in our homes. Tomorrow we will face new challenges, because freedom is not something we got forever.
Rojda Yıldız, Dyarbakir, Kurdistan
Cari amic*!
Le mie congratulazioni per il giorno della Liberazione del popolo italiano, che ha sconfitto il Nazifascismo che affliggeva il mondo allora.
Sebbene il fascismo stia crescendo di nuovo in tanti paesi della terra, oggi come 80 anni fa la resitenza continua a lottare per un mondo migliore. Guerre, distruzione ecologica, femminicidio, malattie pandemiche e le politiche che il sistema capitalista implementa per autosostenersi continuano ad affliggere la società in modo “subdolo”.
C’è sempre stata un’altra direzione possibile, e le nostre strade sono aperte oggi.
Contro I fascismi di ieri, oggi e domani.
Perché come dicono I Curdi:
BERXWEDAN JIYANE
La Vita è Resistenza
Affetto e saluti resistenti dalla capitale del Kurdistan, Dyarbakir.
Con solidarietà,
ROJDA (attivista politica e per i diritti umani)
Camilla Iori Foroni, per la nonna Osvalda

Osvalda Foroni ci ha lasciati nel gennaio del 2019. Per il suo funerale, in coerenza con i valori praticati in vita sin da prima di diventare staffetta partigiana, non ha voluto fiori, ma un sostegno alla missione di Mediterranea Saving Humans.
In quell’occasione, la nipote Camilla Iori Foroni ha così raccontato la sua nonna.
L’Osvalda in paese la conoscevano tutti per gli occhi azzurri e la sfoglia soda. Alla tavola del salotto buono ha sfamato per anni compagni del partito, amici, fratelli, soldatini in licenza, studenti sessantottini sbarbati, persino parrocchiani, gelosa delle sue ricette e generosa con lo strutto.
Per me la storia della Nonnosaura comincia in cucina, coi suoi vezzi anni Cinquanta nell’opulenza degli anni Ottanta. Ma bisogna ammettere che la storia cominciò ben prima, in anni di fatica e miseria, e precisamente nel 1927, anno di fatica e miseria come gli altri.
La Signora Giulia, che poi signora non era, ma pezzente e mezzadra, mette al mondo l’Osvalda sullo stesso materasso dove dorme tutta la famiglia, allenata dai cinque parti precedenti, preparandosi per i quattro successivi. In tempo per la cena. Dei nove nati ne tira su sette, perchè alla Giulia glie ne muoiono solo due, e un simile risultato non deve sorprendere. Le donne della mia famiglia oltre agli occhi azzurri hanno i fianchi larghi e quello che va fatto lo sanno fare bene.
Sette ne tira su e sono belli e dritti, onesti, con il lavoro nelle mani e il Partito nella coscienza, tutti con gli occhi azzurri, due gambe e due braccia, almeno fino alla guerra, che quello che non affetta fuori lo affetta dentro.
Quando la nonna nasce però la guerra non c’è ancora, e ad affettare i corpi ci pensa solo il lavoro.
Il papà Bonfiglio era innamorato della mamma più di quanto in quei tempi fosse lecito aspettarsi, ma nonostante il lavoro nei campi e le attenzioni non sempre desiderate con cui tampinava la moglie, trovava il modo di vedere i suoi virgulti crescere a mollo nella pianura, e si inteneriva per la bellezza di ognuno. L’Osvalda l’aveva chiamata Cerlo, uccello dalle lunghe zampe che becchetta i pantani. E alla nonna le zampe lunghe servivano per davvero, a correre dietro ai fratellini, raccogliere i cocomeri succosi per il padrone, dare una mano in casa e scappare per tempo dalle violenze che la vita riserva alla bambine povere di ogni tempo e luogo. Quando appollaiata su quelle gambe, a sedici anni, da il suo primo bacio, da sedici anni vive nel fascismo. Quel bacio lo da al nonno, e nessun altro godrà mai di tale onore. Il nonno deve aver avuto un nome di battesimo, ma per tutti quanti era Tito.
Era successo che alla fine la guerra era arrivata e il nonno era partito militare per la Jugoslavia, si era sparato più o meno apposta su una gamba, stanco di sparare ai compagni o forse stanco di sparare e basta, era tornato in convalescenza in Italia dalla mamma e poi appena aveva saputo che c’era una cosa che si chiamava Resistenza, era partito in montagna. Visto che tanto per un po’ sparare toccava comunque, almeno decideva lui contro chi.
La nonna nel frattempo aspettava e lavorava.
Narrano le cronache famigliari che a quei tempi dei vicini invidiosi della rettitudine comunista della grande famiglia avessero messo dei vetri nel pastone del maiale. Lei, insonne al pensiero di tutta quella carne che poteva andar persa, salì a cavalcioni dell’animale imbizzarrito, amazzone di pianura, brandendo il punteruolo, e mise fine alle sofferenze della povera bestia, mentre gli astanti guardavano a bocca aperta e si tenevano prudentemente lontani.
Nello stesso periodo l’Osvalda corse ben altri pericoli, ma nonostante gli ufficiali ringraziamenti che le fruttarono, dell’Anpi e della giovane Repubblica, lei non ne parlava volentieri.
Portava messaggi urgenti dove andavano portati, messaggi che a stento sapeva leggere, col sellino della bici come unica arma e la nebbia come guardia del corpo.
Non lo faceva per coraggio ma per dovere, quando io ero una bimba in grado di fare domande lei voleva ormai solo dimenticarsi del rumore che le faceva la pancia quando pedalava contratta dalla paura, senza avere idea se il domani sarebbe poi davvero stato migliore.
Il nonno Tito, che invece leggeva libri e sapeva il valore di una buona storia, si cimentava volentieri nell’antica arte del racconto.
Il mio preferito era quello della sua cattura da parte dei fascisti. Succedeva che ogni tanto Tito scendesse dalla montagna, e quando succedeva passava dall’Osvalda, in silenzio, a prendere salami, formaggio, e baci notturni, per riportare tutto su in montagna.
Una notte il padrone dei campi su cui sgobbava la famiglia della nonna se ne accorse. A lui i baci della nonna erano sempre stati rifiutati, e in più salame e formaggio erano giuridicamente suoi, così lo spodestato chiamò la polizia, che arrivò in bicicletta e arrestò Tito.
Lo portarono a piedi a Villa Lombardini, dove sapevano tutti che ai partigiani gli stiravano le cosce e gli cavavano la pelle, sotto lo sguardo indifferente delle Nereidi affrescate sul soffitto antico. Mentre erano nei pressi della stazione, passò un treno merci, carico di armi per il fronte, e gli aguzzini del nonno fecero il saluto militare tutti insieme, maschi ed impettiti, forse per non dare a vedere lo sgomento che gli dava la macchina a vapore.
Il nonno fu per un attimo libero e saltò, saltò tra due vagoni, si ritrovò vivo dall’altra parte e cominciò a correre lontano lontano, via dal paese, via dall’Osvalda, via dalle Nereidi di villa Lombardini, via dalla Bassa, a provare a sopravvivere in montagna fino alla fine della guerra.
Quando tanti anni dopo a catturarlo fu il vinaccio del bar, di treni merci non ne passavano più da tempo, e il nonno non seppe come scappare.
Ma quel che importa è che la fine della guerra arrivò.
Contando i pezzi Tito e l’Osvalda videro che c’erano ancora tutti, e con tutti i pezzi attaccati decisero di sposarsi, per amore e basta, visto che solo amore avevano, e nemmeno un vestito elegante o un mazzo di fiori.
Per fortuna era maggio, la campagna esplodeva di colori, e anche se non avevano i soldi per il fotografo una foto gli rimase ugualmente perché furono la prima coppia a sposarsi in Comune, rifiutando in coscienza altare e sacramento, e finirono sul giornale. La dote della sposa era una seggiola, quella dello sposo un invalidità di guerra, da li partirono per costruirsi in futuro, e ci riuscirono in fretta e bene.
Una casa popolare conosciuta come “il Cremlino”, un incarico da Vigile Urbano per il nonno, che all’epoca il Comune vegliava con attenzione su chi dovesse andare in giro armato, l’Agomagico per la nonna che divenne magliaia di notte e contadina di giorno.
Dopo qualche anno un unico figlio, maschio e con gli occhi azzurri, da mandare all’università e da educare con rigore e saggezza, perché non gli toccasse mai di avere l’odore di campagna sotto le unghie.
Chicco di riso su chicco di riso, come quando si ammuffiva le ginocchia in risaia in Piemonte, l’Osvalda amministrò, conservò e dispensò con tale precisione che alla fine degli anni 50 poteva darsi per consolidato il suo trionfale ingresso nella classe media.
Quando la nonna parlava della sua vita, seduta al tavolo della cucina nuova fiammante, mentre cercavo di scalfirla con domande da adolescente inquieta, aveva una tale precisione nel dividere il giusto dallo sbagliato che per un attimo il mondo mi sembrava un posto semplice.
Quando per esempio aveva prestato il suo garage alla comunità pachistana del paese perché stavano facendo dei lavori alla moschea, per sondare quanto fosse realmente profonda la sua tolleranza, le chiesi se avesse notato che pregavano in un modo strano, inginocchiati per terra.
Lei si mise a ridere, le sue risate che partivano dalla pancia e finivano negli occhi, e mi disse che stavano per terra per forza, dal momento che non c’erano seggiole, nel suo garage.
Era così la nonna. Sapeva, senza arroganza, di essere sempre stata dalla parte giusta. Aveva evaso il minimo indispensabile, prestato soldi quando poteva, dato amore e consigli senza mai sparlare di nessuno, votando chi doveva votare anche tappandosi il naso. Era una gigantesca bussola di ottanta chili, piena di gentilezza e di indecifrabile rettitudine.
Solo una volta, qualche anno, ho visto vacillare l’ago.
Mia mamma, seduta al tavolone della sala, le aveva chiesto con sessantottina sfrontatezza se in verità glie l’avesse data, al nonno Tito, prima del matrimonio.
Sottile vendetta contro mio padre, che sbiancò da un lato della tavola, mentre la nonna si faceva paonazza dall’altra.
Io, tortello a mezz’aria, avevo troppa voglia di sentire come andava a finire per soccorrere l’uno o l’altra. Dopo un costernato silenzio a mani giunte, la Nonnosaura tirò su la testa bianca: “Bhe! Me an vriva mia… mo… l’era la Liberasioùn!”
Fabrizio Orlandi, tecnico con parole
Di Resistenza e dintorni
Vorrei iniziare questa breve carrellata di pensieri con una domanda, che faccio prima di tutto a me stesso : ‘Quanto e’ importante oggi parlare di Resistenza e al tempo stesso di resistenza, con l’iniziale minuscola?’
È fondamentale, credo, in entrambi i casi, nel caso della Resistenza è importante perchè è la nostra memoria, è quella storia che i piu’ giovani hanno solo sentito raccontare a scuola, dagli educatori o dai propri genitori, ammesso che lo abbiano fatto, ma che i miei nonni e i miei genitori hanno vissuto nelle strade, nelle case, mentre cercavano di difendersi da un regime totalitario che aveva consegnato l’Italia alla guerra, al dolore, alle stragi, al razzismo nei confronti degli ebrei, dei diversi, degli zingari, di tutti coloro che apparivano non omologati ad un sistema e ultimo, ma non ultimo, aveva consegnato il paese a quella Germania che con ferocia e crudeltà ubbidiva ciecamente agli ordini di un pazzo Criminale come Hitler.
‘Senza memoria non c’è cultura’ diceva Pierpaolo Pasolini e senza cultura diventiamo nient’altro che burattini stanchi nelle mani del primo burattinaio che ci raccoglie, diventiamo carne da macello, pronti ad obbedire senza pensare, senza elaborare una forma di vera sopra/vivenza, che letteralmente significa vivere sopra, vivere meglio per se stessi e per altri.
Parlare invece di resistenza oggi e’ altrettanto importante mentre richiusi nelle nostre case cerchiamo di trovare la forza e le ragioni per resistere alla difficoltà di questo momento storico. Ora nessuno potra’ dire che non c’era, che non ha visto, ora genitori e figli si trovano accomunati da qualcosa di terribilmente impalpabile e pericoloso che non e’ esattamente il nemico nascosto nella boscaglia o assiepato nella trincea che vediamo dalla finestra, il nemico siamo noi, stanno diventando i nostri vicini, quelli che camminano da soli per la strada senza mascherina diventando, nella malata fantasia del male, possibili untori e deliberati assassini.
Non siamo soltanto vittime di un nemico invisibile, e mortale, ma anche prede facili della paura, della narrazione giornalistica, televisiva e radiofonica sempre piu’ piegata al bieco sensazionalismo e votata a fornire sempre nuove statistiche di vivi e morti, vere o presunte che siano, tremanti di fronte alle disposizioni di governo che, lungi dall’essere precise, sono sempre passibili di interpretazione, nelle mani del buono o cattivo tutore della legge, del buono o cattivo cittadino.
I parchi vuoti e subito alla mente arriva l’immagine opposta del 2012, anno nefasto del terremoto in Emilia Romagna, i parchi allora erano pieni, pieni di tende, pieni di gente che dormiva, che bivaccava, che cercava conforto nella vicinanza di altri esseri umani, perche’ la paura in quel momento univa e ora semplicemente, banalmente divide. Allora resistere era sinonimo di stare insieme, di tenersi per mano, di abbracciarsi per calmare l’anima e oggi e’ esattamente il contrario stiamo tutti a qualche metro di distanza pensando di salvarci la vita e invece perdiamo sempre piu’ di vista la vita. E’ curioso osservare come le catastrofi naturali o innaturali modifichino i comportamenti sociale delle persone.
Il virus siamo noi, mi spiego, i veicoli portatori del virus siamo noi umani, il virus vive fuori dagli organismi per poco tempo, quindi sono state le nostre abitudini sociali a distribuirlo per il mondo, la nostra brama eccessiva e alle volte perversa di socializzazione estrema, di condivisione globale dei piaceri. Quando torneranno i tanto acclamati ‘apericena’? (mai neologismo mi fu piu’ inviso).
E perche’ mai dovrebbero tornare? Ne avevamo veramente bisogno prima? Ne avremo bisogno dopo?
Mangiare schifezze a basso costo e di bassa qualita’ assiepati ai banconi dei bar piu’ in voga, spintonarsi per prendere l’ultimo quadratino di pizzetta con le acciughe, perche’ poi resta solo quella coi peperoni, che non la digerisco. Vivere la vita scandita da ritrovi cicaleggianti di parole vuote, vestiti di abiti dozzinali eppur di moda, avvolti da muzak, come si diceva negli anni 70/80, ovvero musicaccia che frastuona e rimbomba persino sulle spiagge senza un attimo di tregua, quasi la nostra esistenza dovesse sempre essere all’insegna di un qualsiasi festeggiamento, non meglio identificato, di un consumo onnivoro del tempo, dei luoghi, dei cibi, della massificazione dei gusti e dei pensieri.
Bene il virus che e’ un grande consumatore di vite ed energie lo ha fatto grazie a noi e alla nostra scelleratezza, alla nostra brama di vivere sempre come se non ci dovesse essere un domani, mentre noi dovremmo sempre pensare al domani, anche se noi non ci saremo, ci saranno i nostri figli, i nostri nipoti e speriamo che riescano ad essere migliori di noi.
Dicevano i nativi americani che la terra è un prestito che dobbiamo ai nostri figli.
Per pensare alla resistenza penso a quella della Natura che in meno di due mesi di rallentamento delle attivita’ umane, circolazione di automobili compresa, si sta riappropriando degli spazi che le avevamo rubato e persino degli spazi che credevamo, nella nostra ottusa presunzione, fossero ormai esclusivamente nostri, guardo le immagini dei daini per le strade di Carpi, di Cognento, le capre selvatiche in centro a Cagliari, i cervi di montagna che entrano in Trento trotterellando, gazze e cornacchie appollaiate sui semafori a Modena, guardo e ascolto finalmente liberato dalla noise e dal rumore di fondo sempre uguale e cacofonico.
La resistenza oggi e’ anche la possibilita’ di pensare al dopo, ma forse e soprattutto di ripensare il prima.
Tutto passa del resto, e anche questa passerà.
È il Dopo che mi spaventa, ma mai quanto mi terrorizza tornare come Prima.
(Piergiorgio Giacché – marzo 2020)
ascolta gli ultimi uccelli in volo
la sera
ascolta il sospiro d’ali di una farfalla
non ascoltare me mentre piango da solo
ascolta il vento che raccoglie le foglie giovani
a primavera
ascolta gli ultimi istanti del buio
prima del sonno
per ricordarli il mattino
E chiudo citando alcune frasi di un articolo apparso sul Corriere della sera nel giugno 1974 a firma di Goffredo Parise, lucido e lungimirante scrittore e pensatore italiano:
Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante.
Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi.
La nostra “ideologia” nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. (…)
Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell’acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia.
E allora prosegue Parise abbiamo bisogno di poverta’ che a mio modesto avviso ai nostri giorni e’ una bella forma di resistenza.
(…) Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”. (…)
Il nostro paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. (…)
La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona. (…)
Goffredo Parise – Il rimedio è la povertà (giugno 1974)
Resistere un tempo significo’ anche disobbedire a leggi e norme inique, a vessazioni della liberta’, significo’ assumersi in prima persona, e rischiando la propria vita, la sorte di un intero popolo e di un’intera nazione e allora, laddove sia necessario alla nostra e altrui salute e dignita’ e liberta’, DISOBBEDIAMO.
Alessandro Monicelli

25 APRILE CON VIRUS
C’è un virus contro il quale non c’è per ora alcun vaccino e c’è un rischio virus della democrazia per il quale, per fortuna, esiste il vaccino della memoria.
Come tutta la nostra quotidianità è rimasta stravolta, così la celebrazione del 25 aprile, festa della Liberazione, per la prima volta dal 1946, non vedrà alcuna manifestazione pubblica: ragione di più per trovare modi e strumenti perché abbia la sua giusta risonanza nonostante tutto.
L’ANPI ha lanciato varie iniziative con il motto “rinascere” che ben richiama la rinascita morale e politica che la lotta al nazifascismo allora aveva innescato e quella che sarebbe necessario mettere in campo quando finirà questa tragedia. Il come debba essere questa nuova rinascita, non può che fare riferimento al frutto più grande che quella lotta ha prodotto, vale a dire la nostra Costituzione democratica, antifascista e parlamentare.
Le misure “straordinarie” che per motivi sanitari giustamente in questo momento limitano la nostra libertà personale, non debbono giustificare alcun salto in avanti della nostra legislazione e dei nostri meccanismi istituzionali che devono rimanere radicati a quanto nella Costituzione è sancito riguardo ai diritti e la dignità di ogni persona ed ai processi decisionali dell’ordinamento democratico.
Quella di approfittare di situazioni straordinarie (economiche, di sicurezza, guerre, epidemie, ecc.) per introdurre norme eccezionali è una tentazione che ha sempre solleticato il “potere”. Nel 2011, come risposta all’attentato delle Torri Gemelle, gli Stati Uniti adottarono l’ “Usa Patriot act” (ancora in vigore) che consentiva alla polizia misure e poteri straordinari di controllo sulle persone; così fece il parlamento francese all’indomani degli attacchi terroristici prevedendo intromissioni degli apparati di sicurezza nella vita personale di ogni cittadino, più o meno “sospettato”, anche senza alcun controllo ed avvallo della magistratura: mano libera insomma di governi e corpi dello stato che da essi dipendono! Ricordo invece il positivo comportamento del nostro paese nella lotta al terrorismo: seppe mettere in campo tutte le proprie risorse morali, sociali e politiche senza bisogno di ricorrere a leggi speciali.
I sovranisti ovviamente gongolano. Anche quei poverini di casa nostra ci provano senza neppure badare almeno ad un minimo di coerenza con se stessi: Salvini (per esempio) piagnucola al telefono con Mattarella perchè il governo non lo consulta e poi esulta per i pieni poteri (che lui aveva chiesto quando era ministro, va ricordato!) ottenuti da Orban in Ungheria.
Ma a lanciare segnali preoccupanti ci sono anche i cosiddetti moderati che si ostinano a voler cambiare, oltre che non applicarla, la Costituzione: ci hanno provato prima Berlusconi e poi Renzi e sodali. Oggi questa ipotesi viene ripresa, pur passando quasi inosservata nel disastro dell’epidemia, dal sindaco di Milano Sala che ha avuto l’idea che, alla fine di questo tunnel quando tutti dicono che niente potrà essere più come prima, si possa dare vita ad una “nuova costituente”! Per fare cosa?
Per ricostruire una sanità pubblica uguale per tutti o per favorire il business della sanità privata? Per rendere la libertà personale, definita inviolabile nell’art 13, meglio salvaguardata o per render possibile e legale acquisire i nostri dati personali (spostamenti, rapporti personali, acquisti, letture, inclinazioni sessuali, ecc.) e per quali scopi? Per favorire il lavoro e la giustizia sociale o per piegarle al profitto delle multinazionali? Per costruire un bilancio statale tarato sui bisogni della popolazione e della sua parte più debole o un bilancio in pareggio secondo logiche finanziarie?
La “rinascita” morale, civile, sociale e politica di cui abbiamo bisogno è l’attuazione compiuta della nostra Costituzione! Questo è quello che speriamo sia la novità del dopo virus e questo è l’impegno a cui ci lega il ricordo del 25 aprile: che il silenzio obbligato delle celebrazioni diventi un urlo personale e collettivo delle nostre coscienze di cittadini traditi.
Noa Eshel

— English text below —
Resistenza per me significa poter contare sulla propria umanità anche qualndo sembra impossibile. Resistenza è condividere una pagnotta di pane, resistenza è ascoltare musica, resistere è insegnare, resistenza è far caso al cielo.
Resistenza è ascoltare ciò che si trova nel profondo della tiua anima e non a quello che è superficiale e frutto di pressioni sociali ( a volte spaventoso e potente). Resistenza è la capacità di trattenere il primo istinto per qualcosa di più elevato, come quando riesci a dire di no un pezzo di cioccolata o restare concentrato invece di cadere nel tunnel di YouTube. O quando vuoi solo scappare e proteggerti ma resti e fai la tua parte.
Forse, in questo momento storico resistenza è non andare a trovare la tua famiglia e i tuoi amici, ma trovare comunque modi per prenderti cura di loro e abbracciarli da lontano. Trovare ancora gioia nella vita. Trovare sfide e significato. Prestare attenzione agli altri. Essere capaci di essere.
Che si possa sempre avere umanità.
Resistance for me means holding on to your humanity even when it seems almost impossible. Resistance is sharing a loaf of bread, resistance is listening to music, resisting is teaching a class, resistance is noticing the sky.
Resistance is about listening to what is deep in your soul and not what is superficial and societal (and sometimes scary and powerful). Resistance has to do with being able to stand up to your first instinct for something higher. like when you are able to say no to a piece of chocolate, Or stay focused instead of going down the YouTube rabbit hole, Or When all you want to do is run and self-preserve, but you stay and do your part.
Maybe in this moment in history resistance is not going to see your family and friends but still finding ways to take care of them.to hug them from afar. Still finding joy in life. Still finding challenges and meaning. Still caring for others. still being able to be
May we always have humanity.
Emanuel Ringelblum, storico e leader dell’organizzazione “Oneg Shabbat”, documentò segretamente la vita nel ghetto di Varsavia, l’umanità e la resistenza che prevalevano tra i suoi abitanti. Ringeblum fu poi giustiziato nel 1944 con la famiglia e le persone polacche che lo stavano nascondendo. I 2/3 dell’archivio furono recuperati nel 1946 in scatole e contenitori di latta dove erano stati nascosti e seppelliti nel 1942.
Emanuel Ringelblum a historian and social worker the head of the “Oneg Shabbat archive” which secretly documented life in the Warsaw ghetto, and enabled us a small window to the humanity and resistance that prevailed there. Ringelblum was executed in 1944 along with his family and the poles who were hiding them. 2/3 of the archive have been recovered in the tins and milk cans also pictured bellow. I drew deeply from his work when thinking what resistance is.
Charlotte Willmann
Charlotte Willmann, partecipante del campo internazionale EU2BE e di altre attività della Scuola di Pace, ci parla della sua idea di resistenza.
—English version below—
Resistenza nella Memoria
Non possiamo essere ritenuti responsabili per ciò che è accaduto nel passato
Perchè viviamo nel presente
Ma abbiamo bisogno di riflettere sul passato
Per essere consapevoli di ciò che potrebbe accadere in futuro
Questa è la responsabilità della nostra generazione:
Ricordare il passato come necessità per essere capaci di Resistenza nel futuro.
Nessuna Scusa
Quando ho cominciato a pensare alla parola “resistenza” la prima cosa che mi è venuta in mente è stata la Rosa Bianca. La Rosa Bianca era un gruppo, principalmente di studenti, che resistevano al regime nazista durante la seconda guerra mondiale in Germania. Distribuivano volantini nei quali denunciavano i crimini del regime e invitavano alla resistenza. Furono scoperti e molti di loro subirono la prigionia o la condanna a morte.
In questi giorni fortunatamente non dobbiamo avere paura della morte o della prigionia se mostriamo resistenza. Non mettiamo a rischio le nostre vite se ci dichiariamo contrari al razzismo, all’abilismo, al sessismo e a tutti gli altri -ismi. Ma per trovare il coraggio di parlare per noi stessi e per gli altri dobbiamo sentirci responsabili, sia per coloro che vengono colpiti dalle discriminazioni sia per la società nel suo complesso e non dobbiamo renderci complici con la nostra inattività. Come espresso dalla mia citazione preferita di Angela Davis:
“In una società razzista non è abbastanza essere non-razzisti. Dobbiamo essere anti-razzisti.”
Se siamo solamente non-razzisti supportiamo il sistema di oppressione perchè siamo parte di quel sistema e contribuiamo perciò a sorreggerlo. Solo se ci informiamo sul suo funzionamento e su quali meccanismi possono causare eventi terribili del nostro passato quali la Shoah, solo allora possiamo resistere. E non solo l’atto stesso di resistere è divenuto meno rischioso, anche la possibilità di accedere alle informazioni è diventata più semplice.
Non ci sono più scuse per non essere anti-razzisti. Informati e resisti.
“Sono grati e felici quando possono vivere governati da altri, obbedire agli ordini di altri, senza dover pensare per proprio conto, camminando con la folla, seguendo la mentalità del branco, per non fare errori.”
– Alexander Schmorell, membro della Rosa Bianca
Resistance in Remembrance
We can not be held responsible for what happened in the past
Cause we live in the present
But we need the reflection of the past
To be aware of the things which could happen in the future
This is the responsibility of our generation:
Remembering the past as necessity to be capable of Resistance in the future.
No Excuses
When I started to think about the word “resistance” the first thing which came into my mind was the White Rose. The White Rose was a group of mainly students resisting against the Nazi regime during the second world war in Germany. They distributed pamphlets in which they disclosed the regime’s crimes and called for resistance. They got discovered and most of them were sentenced to death or got imprisoned.
These days we luckily do not have to fear dead or prison if we show resistance. We do not put our lives in danger speaking up against racism, ableism, sexism and all the other -isms. But to find the courage to speak up for ourselves and others we have to feel responsibility for us, for the affected and for the whole society and do not make ourselves accomplices by doing nothing. As expressed in my favourite quote by Angela Davis:
“In a racist society it is not enough to be non-racist. We have to be anti-racist.”
By just being non-racist we support the oppressive system because we are a part of the system and by that we are holding it up. Only if we are informing ourselves about how systems of oppression work and what mechanisms could cause horrible events of our past like the Shoah, only then we are able to show resistance. And not only the act of resistance itself has become less dangerous these days, also our access to information has become a lot easier. On the internet you find videos survivors of the Shoah easily. In libraries you find many books about these topics.
There are no excuses anymore not to be anti-racist. Inform yourself and show resistance.
“They are glad and happy when they can live ruled by others, following the orders of others, to not have to think by themselves, walk with the crowd, following their herd mentality, to not make mistakes.”
Alexander Schmorell, member of the White Rose

Milena Klien, obbiettrice di coscienza

La resistenza risuona
Era una di quelle mattine in cui il sole – già alle 9, quando siamo arrivat* a Monte Sole – ci prometteva una giornata bellissima. Siccome eravamo all’inizio di novembre, faceva già abbastanza freddo. I prati umidi (forse aveva piovuto la notte prima?), l’aria così tersa, le nuvole alle pendici delle colline che si disperdevano nel cielo – si poteva vedere a perdita d’occhio tutto intorno alla Scuola di Pace. Un panorama impressionante per cui non trovavo delle parole adatte allora e non le trovo neanche oggi. Quindi cinque mesi fa ho fatto queste foto per ricordarmi visivamente di quel momento, di quella mattina di novembre.
Oggi, a casa mia a Bologna, guardo le foto ancora una volta. Le guardo e mi rendo conto dell’enorme privilegio che ho avuto, e che ho tuttora, di poter conoscere Monte Sole, e l’istituzione in cui faccio il mio servizio civile, la Scuola di Pace. Posso imparare come riflettere, come discutere, come capire ed essere capita. Posso imparare come essere critica, come non essere d’accordo in una maniera produttiva, come cominciare e continuare ad agire. E oggi Monte Sole e la sua storia mi chiedono di riflettere in particolar modo su questa domanda: che cos’è la resistenza?
Secondo me, la resistenza è costituita dalla coscienza, dall’attenzione attiva e dal coraggio. Quando ci sentiamo vicin* agli altri esseri umani, quando siamo vigil* rispetto a quello che sta succedendo, quando ci rendiamo conto dei nostri margini d’azione, la nostra resistenza vive, parla e ci libera.
Adesso, ascolto con grande gratitudine e curiosità i vostri pensieri, la vostra definizione e le vostre storie di resistenza – parliamo insieme del passato, del presente, del futuro. E quando vedrò queste foto dello scorso novembre ancora una volta, mi ricorderò per sempre del 25 aprile 2020, mi ricorderò per sempre delle vostre storie, delle vostre voci.
Perché la resistenza rimane, la resistenza risuona – la resistenza è sempre.
Milena Klien, fa il servizio civile con l’associazione austriaca Verein GEDENKDIENST alla Scuola di Pace di Monte Sole da settembre 2019 fino ad agosto 2020

Michaela Jacobs, Haus am Maiberg, Germania
–English text below–
Resistenza per me significa difendere te stessa e ciò in cui credi.
Gli atti di resistenza possono avere molte forme differenti.
Nella mia vita di tutti i giorni significa dire la verità al potere, significa stigmatizzare linguaggi e opinioni sessisti e razzisti, anche nei confronti di amic*, famigliari e collegh*.
Michaela, formatrice e coordinatrice di progetti internazionali per giovani, Germania.
Resistance for me means standing up for yourself and what you believe in.
Acts of resistance can take many different forms.
In my everyday life it means speaking truth to power, it means calling out sexist and racist language and opinions, even if it is against friends, family members and colleagues.
Michaela, International Youth Worker, Germany #HausamMaiberg
Musa, Palestina

— English text below —
Dobbiamo amare sinceramente quello che la vita ci dà.
Umanità non è solo una parola.
È uno stile di vita attraverso il quale possiamo esprimere amore e cura verso ogni cosa ci circondi, ambiente, famiglia, storia e persino cose materiali.
È strano testimoniare questonelle condizioni in cui si trova il mondo oggi, sapete a cosa mi riferisco, il Covid19. Ascoltare le notizie e toccare con mano come questo virus ci forza ad agire rispetto all’interazione con persone che amiamo è un processo difficile, il non abbracciare o baciare o nemmeno sedersi vicino sul bus. Nel mio caso, non abbiamo nemmeno trasporto pubblico.
Resistenza non è una parola che assomiglia alla lotta e a riottenere terre e diritti usurpati, come i Palestinesi le definiscono.
Secondo me va interpretata come fare qualsiasi cosa sia necessaria per il bene dell’umanità, attraverso il ricordo di ciò che i nostri antenati e predecessori hanno fatto per il bene delle nostre generazioni perché avessero una vita migliore.
O anche imparare da ciò che hanno passato.
È una parola che descrive la nostra attuale situazione di rinunciare a ciò che eravamo abituati a fare nella nostra vita prima del Covid19.
Amici miei, spero che questo periodo critico passi in fretta, abbastanza in fretta, abbastanza in fretta per non dimenticare la nostra natura umana, la socializzazione e il radunarsi e pensare agli altri. Io non dimenticherò mai il tempo, il luogo, le persone che ho incontrato a Monte Sole, prego che l’Italia come il resto del mondo si rialzi e superi questa situazione anormale che stiamo attraversando.
We truly need to love what life is giving us.
Humanity is not only a term.
It is also a life style in which we can express our love and care towards everything that surround us, environment, family, history and even material things.
This is really strange to witness such conditions taking place in our world, you know what I am talking about, the Covid 19. Hearing the news about it, and touching how this virus forces us to act regarding interacting with people whom we care and love is challenging process, not to hug or to kiss or even not to sit closely to people in the busses” in my case we are having no public transportation to take nowadays”.
Resistance is not a word that would only resemble fighting and getting your usurped lands and rights “as Palestinians define it”. It is also interpreted in my point of view to do whatever needed for the good of humanity, by not forgetting what our ancestors and predecessors did for the sake of our generations to have a better life.
Or even to get the lessons from what they had experienced.
It is a word that describes our current situation to give up what we used to do in our life before covid 19.
My friends, I hope that this critical period of time will pass soon, soon enough that we will not forget our human nature, socializing and gathering and thinking about others, even with some thoughts. For that I will never forget the time, the place and the people that I met back at that time in Monte Sole… and I pray that Italy as well as the rest of the word will rise again and overcome this abnormal situation that we are passing through.
Javi Hernández Castro
Javi Hernández Castro, che ha preso parte a diverse attività internazionali della Scuola di Pace, prende spunto da Juan Negrìn, ultimo primo ministro della Repubblica Spagnola, per parlarci della sua idea di resistenza.
— English text below —
Resistenza è un atteggiamento. Quello di non rinunciare a sperare in un mondo migliore anche quando lo scenario induce al pessimismo.
Resistenza è un’ azione. L’azione di fare un passo avanti di fronte alle ingiustizie e urlare che cessino.
Resistenza è superamento perchè fino a quando c’è resistenza, c’è speranza.
Resistir es vencer.
Resistance is an attitude. The attitude of not giving up on the hope for a better world even when the scenario is pessimistic.
Resistance is an act. The act of stepping in front of injustices and shout for them to stop.
Resistance is overcoming because as long as there is resistance, there is hope.
Resistir es vencer.
Francesca Coltellacci

RESISTENZA?
Amo molto questa parola perché fa parte della mia vita, della mia storia personale.
E mi emoziona ora fermarmi a riascoltarla nel silenzio momentaneo di due piccoletti che riposano, finalmente in contemporanea.
Per me significa
riportare al cuore i miei nonni, le loro storie a volte di consapevolezza, a volte di inconsapevolezza giovanile tra Italia, Austria e Slovenia, storie di confini, di incubi notturni ancora presenti nei loro ultimi anni di vita, storie che hanno segnato anche la mia vita. Storie di frontiere, nel senso di saper stare e vivere il margine, di incontri e di Amore, di costruzione di ponti, nuovi progetti di vita insieme tra persone portatrici di culture differenti al di là di tutte le difficoltà incontrate.
Per me significa
riportare al cuore Monte Sole e la Scuola di Pace, un luogo di luoghi, di voci e silenzio, di persone care, un approccio all’educazione e alla vita che sono diventati parte della mia identità e hanno condizionato le mie scelte. Ora lontana ma solo fisicamente.
Per me significa
farmi domande ogni giorno, per non accettare passivamente la realtà per come viene costruita sul set e servita,
agire in un modo diverso, quando ti accorgi che le ingiustizie a tutti i livelli sono diventate normalità – e magari tu stessa fai parte di quei piccoli e grandi meccanismi che le riproducono quotidianamente.
RESISTENZA per me
è chiedere a se stessi un cambio di passo, di mentalità, di abitudini, di rotta.
Non è facile, devi uscire dalla tua “comfort zone”, provare ad immaginare Oltre e assumerti il rischio di arrivare ad un cambio di paradigma.
Tanti IO che hanno il coraggio di dire “non ci sto” e di agire di conseguenza … magari insieme?
buon 25 aprile ogni giorno.
Francesca
Elena Capatti
Per me la resistenza è la libera azione di donne e uomini mossi dalla volontà di cambiamento e dalla comprensione critica del presente in relazione alla storia.
La resistenza è la lotta di uomini, di mie* coetane*, che più di 75 anni fa hanno deciso di regalarmi un presente e un futuro migliore, per i quali sono grata ogni giorno.
La resistenza è la scelta di continuare a pensare in autonomia, di non farci sopraffare dalle fatiche e dalle comodità di questo tempo, di esserci per gli altri.
Di restare umani.
Elena Capatti, dal campo di pace del 2017

Claudia Tosi

Claudia Tosi è una filmaker e ha rivolto il suo sguardo ad un istante.
Piccolo ma determinante.
“Fin da piccola mi son chiesta cosa avesse spinto uomini e donne a diventare partigiani o staffette.
Oggi sappiamo che quella era la cosa giusta da fare, perché è grazie ai partigiani e alle staffette che siamo persone libere in una democrazia.
Io però mi domandavo come potessero sentire dentro di sé che correre quel rischio fosse la cosa giusta da fare.
Non è una scelta che hanno fatto tutti, non possiamo darla per scontata.
Al Museo Del Deportato, Carpi, ho letto su un muro delle frasi estrapolate dalla lettera di un prigioniero rinchiuso in un lager, che si scopriva a pensare con insistenza a qualcosa cui non aveva mai dato importanza.
Pensava a quel momento in cui, dopo una dura giornata nei campi, si infilava sotto le lenzuola profumate, nel suo pigiama pulito. E gli veniva da piangere.
Avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di tornare a casa, tra quelle lenzuola profumate, eccetto tradire i suoi compagni combattenti e la lotta per la libertà.
È un’immagine a cui penso spesso.
Penso al suo corpo emaciato per le privazioni e le angherie subite nel lager e al suo sogno di coricarsi nel suo letto di paglia tra le lenzuola pulite. Lo vedo tenere la bocca chiusa mentre lo battono, resistere nel dolore per qualcosa di più grande di lui, la libertà di tutti.
Col pensiero rivolto al suo luogo felice, lui, come altri, ha inceppato gli ingranaggi di una macchina che sembrava bene oliata.
I resistenti hanno generato una frizione, una tensione che una volta rilasciata ci ha fatto fare uno scatto in avanti, ci ha fatto uscire da un momento della storia che di buono ha prodotto solo la resistenza ad esso.
Forse resistere è un’operazione di contrasto a qualcosa che ci nega la possibilità di essere pienamente noi stessi, che si traduce in una tensione che sentiamo innanzi tutto nel corpo. Ci tendiamo come delle molle per riuscire a produrre uno scatto dentro o fuori di noi.
I resistenti hanno in comune questa tensione che sprigiona dolore fisico e, nel dolore, li rende presenti a se stessi, come una gamba che dopo che si è rotta si impone in tutta la sua presenza.
I resistenti si tendono fino al punto di rottura, ma non si spezzano, perché sono presenti a se stessi e hanno chiaro dentro di sé che non possono che fare quello che stanno facendo.
Con uno sforzo dell’anima mettono i valori del mondo nel giusto ordine e non mollano la presa fino a che la legge non fissa il nuovo ordine.
Si resiste per ciò che conta, ma ciò che conta forse lo scopriamo solo quando siamo davvero disposti a resistere, a tenderci anche fino a spezzarci.
Forse fino ad allora di noi stessi non sappiamo proprio niente e forse nemmeno del mondo”


