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Elena Monicelli
Attività, In evidenza

Il lavoro di memoria

… eravamo pronti a spalancare gli occhi e la mente per imparare.
Sembra un’ovvietà, ma veramente ci si rende conto di quanto si è plasmati dalle proprie cornici e dal proprio contesto solo quando si è posti davanti allo specchio dell’esperienza altra. Ed è stato così – al seminario che si è svolto a Phnom Penh dal 15 al 18 gennaio scorso – che la violenza della lunghissima guerra civile del Guatemala (1960-1996), l’oppressione del governo indonesiano su Timor Est al termine di un lungo periodo di sistematiche violazioni dei diritti umani (1975-1999) e soprattutto il regime terroristico degli Khmer Rossi in Cambogia (1975-1979), nonché i loro lasciti di divisione, povertà e sofferenza ci hanno posto una serie di domande a cui forse non siamo così abituati, proprio mentre eravamo stati chiamati a formare chi crede nella storia e nella memoria come strumenti di prevenzione contro la violenza.

https://fafg.org/index.html

Cercare chi è stato portato via: è questa una parte del lavoro della Fundación de Antropología Forense de Guatemala

Non ci era mai capitato di sentire come in questa occasione tutto il peso della storia e della riflessione europea – per non dire occidentale – che, nella sua anzianità, ormai ragiona quasi esclusivamente in termini di post-memoria, pensando di aver avuto abbastanza tempo ed energie per elaborare la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, della Shoah e dello sterminio sistematizzato di massa del diverso. A più di 70 anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, la narrazione costante è quella di un’Europa pacificata, in cui il conflitto appunto non ci appartiene più ma può solo venire da fuori. Abbiamo perso la materialità di quella tragedia non tanto e non solo in senso collettivo ma nella cocente individualità di ossa, carne, sangue e vestiti e se da una parte questo ci permette realmente di avere uno sguardo di lungo periodo e una prospettiva sull’essere umano, dall’altra ci sclerotizza in una serie di contorti pensieri molto gratificanti ma incapaci di tenerci attaccati alla sofferenza vera dell’uomo e della donna che ci vivono e soprattutto ci muoiono accanto.

http://asia-ajar.org/timor-leste/

Spingere la società ad affrontare il suo passato è uno degli obbiettivi di Asia Justice and Rights.

Quando la paura di essere dimenticati e ignorati, di non essere creduti e considerati non è solo quella di un testimone di strage o di una sopravvissuta ad un campo di sterminio ma è quella di una donna ripetutamente stuprata e quindi privata di suo figlio al momento di un parto non desiderato, si sentono tutte le eco di un sistema mondo che ha ben determinato il suo centro e le sue periferie, i suoi salvati e i suoi sommersi e che ha condannato questi ultimi non ad un generico oblio dato dalla morte ma ad un oblio molto specifico e forse ancora più violento e crudele che è quello dell’ignoranza, che è quello che non ha bisogno di ucciderti perchè tanto non ti considera – non ti ha mai considerato, come se nemmeno fossi mai nata, se nemmeno mai il mondo ti avesse conosciuto o avrà mai modo di conoscerti.

Il Documentation Center of Cambodia cerca, archivia, studia ed elabora ogni singolo foglio prodotto dal regime di Pol Pot.

Ma soprattutto è al tempo stesso chiaro e disarmante quanto tutta la montagna di memoria di cui ci facciamo vanto almeno da una 20ina d’anni a questa parte in realtà non sia altro che una modalità del potere per legittimarsi, una maniera come un’altra per lavarsi le coscienze. In una grigia mattina di gennaio eravamo in una stanza come questa che si vede in foto – a Tuol Sleng ce ne sono decine di stanze così, che prima erano aule scolastiche e poi sono state riadattate ad alveari di microcelle per la detenzione e la tortura. Ci accorgiamo per caso che accanto a noi ci sono 2 turisti italiani e un espatriato che funge da loro guida. Osservano distrattamente questi mattoni e questa calce perchè in realtà stanno conversando d’altro. Allunghiamo l’orecchio: stanno parlando “dell’invasione”, della quantità insopportabile di stranieri che affollano la loro città in Italia e soprattutto del fatto che “questi che arrivano saranno anche disperati ma sono sporchi, ladri e portatori di malattie e degrado morale”. Concludono, senza minimamente rendersi conto della vena di assurdo che trapassa la loro affermazione in quel luogo, che “bisognerebbe metterli tutti in galera, buttar via la chiave e riaprire solo quando ci son marciti dentro”.

Avremmo voluto gridare, piangere forse tirare anche un pugno al muro. Ma non abbiamo avuto altro che la forza di uscire, cercare una delle panchine che sono state posizionate nel cortile esterno della vecchia prigione, sederci e rassegnarci al fatto che la memoria, SE fatta di dovere e di turismo, condannerà l’essere umano ad infliggere orrore e dolore ai suoi fratelli e alle sue sorelle.
Siamo tornati a casa, a Monte Sole, e abbiamo ancora più voglia e bisogno di prima di continuare a lavorare di memoria.

 

Per la documentazione del seminario di formazione potete visitare: https://goo.gl/edDk3V

24 Gennaio 2018
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https://www.montesole.org/wp-content/uploads/2018/01/IMG_2545.jpg 2448 3264 Elena Monicelli https://www.montesole.org/wp-content/uploads/2017/09/logo.gif Elena Monicelli2018-01-24 15:57:222020-04-03 11:24:13Il lavoro di memoria
1 commento
  1. Patrizia Mazzanti
    Patrizia Mazzanti dice:
    26 Gennaio 2018 in 8:48

    Grazie per l’opportunità che la lettura di queste parole mi dà di riflettere su me stessa, le mie convinzioni e i miei comportamenti. Non è facile non farsi coinvolgere dall’idea, sempre più dilagante, che gli stranieri siano tutti “brutti, cattivi e delinquenti”, ma io voglio resistere ed è di grande conforto sapere che ci sono persone, come gli operatori della Scuola di Pace, che mi stimolano verso una più approfondita conoscenza dei fatti storici e delle situazioni in essere, e mi inducono a riflettere. Buon lavoro e siate sempre così coraggiosi, perché la nostra società ha bisogno di voi, anche se non se ne rende conto e fa di tutto per ostacolarvi.

    Rispondi

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