Il progetto
La Scuola di Pace di Monte Sole ha lo scopo di promuovere formazione ed educazione alla pace,
alla trasformazione nonviolenta dei conflitti, al rispetto dei diritti umani,
per la convivenza pacifica tra popoli e culture diverse.
La Fondazione Scuola di Pace di Monte Sole, nata nel 2002, ha sede legale, direzione e struttura operativa nel Parco Storico di Monte Sole, ed ha lo scopo di promuovere iniziative di formazione ed educazione alla pace, alla trasformazione nonviolenta dei conflitti, al rispetto dei diritti umani, per la convivenza pacifica tra popoli e culture diverse, per una società senza xenofobia, razzismo ed ogni altra violenza verso la persona umana ed il suo ambiente.
Monte Sole è un’area collinare a circa 30 km a sud di Bologna, compresa tra le valli del torrente Setta e del fiume Reno. Oggi quasi il 60% del territorio è coperto da boschi, mentre la parte rimanente è adibita a prati, pascoli e, in maniera minore, a uso agricolo. Questo aspetto attuale rappresenta soltanto una pallida traccia di quanto era visibile fino all’autunno del 1944, quando le pendici erano caratterizzate da un sistema diffuso di case, corti e nuclei sparsi, nonché da paesi di proporzioni più consistenti.
Il silenzio e la pace di questo luogo apparentemente incontaminato sono però il frutto della più tremenda violenza, alla quale ci riconducono i ruderi che sono rimasti a testimoniare quanto vi accadde sul finire della seconda guerra mondiale.
Alla Scuola di Pace ci interroghiamo sulle ragioni che hanno reso possibile il sistema di terrore che si è manifestato a Monte Sole e durante la seconda guerra mondiale, e che, in modi e forme diverse, ritroviamo in altri luoghi del mondo e in altri momenti della storia.
A partire da una riflessione in chiave storiografica intorno a quei fatti e dalla conoscenza dei meccanismi della violenza che li resero possibili, attraverso la memoria di chi c’era e del luogo stesso come muto testimone e custode di quel passato, si sviluppano oggi le attività della Scuola di Pace:
L’era del testimone trionfa nelle scuole e nella politica: ai testimoni non viene solamente chiesto di raccontare il loro vissuto, ma ad essi è affidato il compito di moralizzare. Tuttavia l’evidenza insegna che il racconto dell’orrore non è sufficiente a vaccinare contro l’orrore, il condannarlo non lo ferma dal ripetersi. Bloch diceva che la mania del giudizio è il nemico diabolico della storia, ma lo è certamente anche dell’educazione.
Ed è per questa ragione che non possono delegare ai testimoni il ruolo dello storico o quello dell’educatore. Se è comprensibile l’ansia di disumanizzare il carnefice da parte di chi ha subito la violenza, la stessa ansia può tradire il “nostro” bisogno consolatorio di allontanare da sé il male.
Non ha senso fare educazione su un luogo di memoria se non si supera la “mania del giudizio”. E l’educazione, dunque, non può affidarsi solamente al testimone ma occorre un mediatore che sia in grado di calarsi nella “zona grigia”, un educatore che sappia indagare la genealogia della violenza, quella multicausalità di fattori che l’ha resa possibile.
Se non si vuole che il passato ritorni non basta recitarlo. Solamente riportando in noi il carnefice riusciremo a trasformare il dovere di memoria delle commemorazioni, le sue banalizzazioni e sacralizzazioni, in lavoro di memoria che interroga il presente e smaschera quei meccanismi che tracciano il continuum di violenza tra crimini di guerra e crimini di pace, quello stato di eccezione che ancora oggi riduce l’altro a homo sacer, nuda vita sui cui la biopolitica ha il potere di decidere quando cessa di essere degna di essere vissuta e può essere lasciata morire, divenendo ab-bandonabile alla morte “suicida” in cella o alla morte per sete e annegamento nel canale di Sicilia.