Mi sono salvato/a perché…
Il trauma della sopravvivenza
È un filo sottile quello che unisce tutti i sopravvissuti e le sopravvissute a qualsiasi evento, che si tratti di catastrofi naturali, di incidenti, di guerre, stragi o fughe da situazioni impossibili.
Le tragedie a cui sono sopravvissuti/e possono essere estremamente diverse, i contesti sono differenti, eppure spesso i/le sopravvissuti/e sembrano capirsi tra di loro, quasi avessero un linguaggio comune.
Non sarebbe ovviamente utile una comparazione, perché anche se la sopravvivenza è una parte importante e presenta tratti comuni, i/le sopravvissuti/e sono anche vittime, e lo sono di eventi disomogenei tra loro.
A volte la vittima è designata, a volte è casuale, a volte l’evento violento è frutto della mano e della volontà umana, a volte no.
Spesso si indica come reazione comune il senso di colpa, di solitudine, di trauma, senza che però si sia indagato in maniera approfondita cosa comporta la sopravvivenza stessa, e ci si ferma, un passo prima, ad analizzare la violenza subita o assistita, il dolore e il lutto in senso più generale.
Tra le reazioni più comuni della vittima e sopravvissuto/a c’è senza dubbio il senso di colpa, legata a un’idea di privilegio che accompagna la sopravvivenza, il cui retropensiero è credere di essere sopravvissuti a spese di coloro che sono morti, come se dovesse esistere una quota fissa di sopravvissuti/e e la propria permanenza in vita escludesse automaticamente, ad esempio, i propri familiari o amici. Inoltre, si può sviluppare la sensazione di non meritare la sopravvivenza, come se solo chi ha un dono speciale, è particolarmente buono o “utile” debba sopravvivere. Altra reazione comune è il “sarei dovuto/a morire con gli altri” e la conseguente fatica di riprendere la propria vita.
Ecco quindi che in alcuni/e sopravvissuti/e inizia la ricerca di una spiegazione logica e pratica del perché essi/e siano rimasti/e in vita e altri/e no. A volte viene trovata nella dinamica dell’azione violenta che ha causato la morte di altre persone, da cui ad esempio: “mi sono salvato/a perché ero in una certa posizione, invece gli altri erano da un’altra parte”. A volte, nel caso di violenza commessa da esseri umani, viene addirittura attribuita alla volontà dei perpetratori.
Ogni reazione alla sopravvivenza potrebbe dipendere da un fenomeno simile a quello che prova chi subisce tortura.
“Il nostro biotipo è in possesso di un sistema dolorifico selezionato per la nostra sopravvivenza: in ogni comportamento cerchiamo di non farci male. Anche il culturotipo è profondamente radicato in noi: sono i nostri valori, credenze, ideologia, tecnologia. Il culturotipo e il biotipo collaborano insieme per la sopravvivenza del singolo e dell’umanità” [Ricardo Concha Valejos, Considerazioni sulla tortura in “Con gli occhi della vittima”, a cura di R. Bisi e P. Faccioli, Franco Angeli, 1996].
In chi è sottoposto/a a tortura si produce uno scollamento tra il biotipo e il culturotipo: da un lato l’istinto di sopravvivenza ti spingerebbe a confessare; dall’altro, l’adesione morale a un gruppo ti spinge a non farlo. Questa frattura costituisce un danno enorme che non sempre viene riparato: “È uno strappo profondissimo nel sistema biopsichico che è unitario”[Ricardo Concha Valejos, op. cit.].
Pur nella distinzione delle esperienze, vorremmo proporre una simile lettura per il trauma dei sopravvissuti e delle sopravvissute agli eccidi come quelli di Monte Sole: da un lato c’è l’istinto di sopravvivenza e la gioia di essere vivi/e, dall’altro il culturotipo potrebbe far ritenere ingiusto sopravvivere alla propria famiglia, al proprio gruppo di riferimento, essere uno/a dei pochi che ce l’ha fatta. Questa ferita profonda, così difficile se non impossibile da rimarginare, è inoltre accompagnata dall’ulteriore trauma degli orrori dei quali il sopravvissuto/vittima è stato testimone.
E infatti spesso al/alla sopravvissuto/a viene chiesto di raccontare e di diventare anche testimone. Chi sopravvive a un incidente, a un disastro naturale, a una strage di civili, a campi di concentramento viene spesso intervistato/a, sempre che sia disposto/a, e alla testimonianza viene di frequente attribuito un valore civico o a volte anche terapeutico.
Le reazioni a questa richiesta possono senza ombra di dubbio essere molteplici, ma abbiamo spesso assistito alle cosiddette testimonianze tardive, ossia a sopravvissuti/e che hanno iniziato a raccontare la propria storia molto tardi.
Nella nostra esperienza di ascoltatori/trici, il fenomeno del/la testimone tardivo/a è legato ad aspetti diversi, uno dei principali è pensare che la propria storia non interessi. Questa sensazione di alcuni/e sopravvissuti/e non è solo una percezione individuale, ma si fonda su dati reali. Succede, infatti, che gli ascoltatori determinino una sorta di preferenza rispetto ai sopravvissuti/testimoni dovuta a fattori diversi, tutti però legati al supposto impatto su chi ascolta.
A Monte Sole si sono succeduti diversi testimoni “ufficiali”. Gli ascoltatori che richiedevano la loro testimonianza li sceglievano in base alla capacità di narrazione, ai contenuti della narrazione, al luogo in cui si trovavano al momento dell’eccidio (è innegabile che per i visitatori, Casaglia è il luogo più richiesto a Monte Sole). Questo tipo di richieste da parte dei visitatori/ascoltatori ha contribuito al fenomeno della ripetizione della testimonianza, ossia all’utilizzo delle stesse parole nello stesso ordine da parte del testimone: “Fissare il testimone in un ruolo, in una parte ripetitiva evita il processo faticoso di integrazione. Evita, quindi, la faticosa ricerca dei nessi che collegano la parte della vittima alla parte dell’ascoltatore, dello spettatore, o forse dell’inconsapevole complice” [Andrea Canevaro Vittime dei disastri: la memoria dell’offesa, in “Con gli occhi della vittima” op. cit.].
Bisogna però considerare anche l’auto protezione da parte del sopravvissuto/testimone: lo straniamento legato alla ripetizione della testimonianza aiuta ad affrontare la narrazione dell’evento traumatico.
Il dovere della testimonianza per molti/e sopravvissuti/e, indubbiamente, ha rappresentato un elemento fondamentale per provare a dare un senso all’esperienza traumatica che li/le ha travolti/e. Nel caso specifico della vicenda di Monte Sole, il riconoscimento così tardivo del loro status di vittime è indissolubilmente legato alla testimonianza. Il processo del 2004/2007 svoltosi a La Spezia non è stato solo un procedimento giuridico, ma ha permesso l’ascolto dei sopravvissuti/testimoni, ha permesso che in qualche modo si sentissero riconosciuti/e. È in ogni caso da sottolineare come, in quanto “testimoni degli eccidi di Monte Sole” molto spesso la loro narrazione prendeva in considerazione solo quell’evento, senza raccontare le esperienze traumatiche avvenute dopo, come nel caso, per esempio, di Ferruccio Laffi, che è stato catturato e tenuto prigioniero per mesi, o come nel caso di chi ha vissuto da sfollato/a al Centro Rifugiati a Firenze. Per molti/e, c’era sempre un punto preciso in cui si arrestava la narrazione e quel punto era quasi sempre Monte Sole.
Ad 80 anni da quegli eventi, quando la frase che risuona con sempre maggior frequenza è “Ormai non c’è rimasto/a più nessuno”, noi ascoltatori e ascoltatrici non abbiamo un ruolo passivo, piuttosto abbiamo la responsabilità di determinare quale sopravvissuto/testimone parla e cosa racconta.
Come suggerisce Canevaro, il valore della testimonianza risiede nell’interazione con l’ascoltatore non nella parola o frase che vorremmo fosse pronunciata.
[Elena Bergonzini]

Domenica 15 settembre 2024
Aula Magna della Scuola di Pace
ore 19:00
DIALOGO a partire dalla pubblicazione “La mia casa è qui. Una biografia di Antonietta Benni, testimone degli eccidi di Monte Sole”
🖊 Angelo Baldassarri e Beatrice Orlandini
“Quando interrogava e qualcuno non sapeva la risposta, alzavo su il braccio e dicevo: ‘Lo so io, signora maestra!’ – perché si diceva signora maestra… E lei: ‘Stai zitta, pettegola, non ho chiesto a te!'”
Quando Cornelia Paselli raccontava di Monte Sole, al ricordo di Antonietta Benni le si illuminavano gli occhi e le si apriva il sorriso.
Non tanto per quello che “la signora maestra” le ha insegnato, ma per quello che una donna forte, con un grande senso della comunità e del valore della persona umana, le ha donato in termini di affetto, cura e visione del mondo.
Il volume sarà acquistabile in sala, oppure potete ordinarlo qui

Domenica 22 settembre 2024
ore 16:30 VISITA ESPERIENZIALE ALL’AREA DEL MEMORIALE
a cura di Scuola di Pace di Monte Sole
Il percorso, che attraversa alcuni dei luoghi degli eccidi perpetrati 80 anni fa, vuole attivare per i/le partecipanti un’esperienza umana a tutto tondo, per pensare individualmente e collettivamente ad agire per la promozione di una cultura di pace e dei diritti umani.
Il luogo di ritrovo è nel cortile della Scuola di Pace.
ore 19:00 SPETTACOLO Joseph & Bros* La via della speranza
Località San Martino, Monte Sole
In una cella di un carcere italiano, tre uomini. Un vecchio siciliano ex sicario di mafia, un giovane magrebino incastrato per droga e un uomo di mezz’età, forse ebreo, misterioso e colto, in galera per un raptus. Che cosa lega, che cosa divide, questi tre uomini che vengono da sponde diverse del Mediterraneo e si trovano a dovere espiare, in una cella minuscola, delitti tanto diversi?
Uno spettacolo di Alessandro Berti
Dal testo Giuseppe e i suoi fratelli di Ignazio De Francesco
In scena: Alessandro Berti, Savì Manna e Francesco Maruccia
Cura: Gaia Raffiotta, Assistente alla regia: Caterina Baldini, Direzione tecnica: Massimiliano Ferrari, Immagini: Daniela Neri
Una produzione Casavuota aps Con il sostegno di Comitato Regionale per le Onoranze ai caduti di Marzabotto / Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna / Fondazione 2000 / AvoC E con il patrocinio del Comune di Pianoro
ore 21:00 INCONTRO
con la compagnia e Ignazio De Francesco presso la yurta de “Il Poggiolo, Rifugio Re_Esistente”
Tutti gli eventi sono a partecipazione libera e gratuita.

LA PACE NONOSTANTE TUTTO
Sabato 5 ottobre, ore 11:00
Aula Magna Scuola di Pace di Monte Sole
Dal trauma degli eccidi all’impegno: dialogo sulla nascita della Scuola di Pace di Monte Sole.
Saranno presenti Franco Lanzarini, sopravvissuto, e Nadia Baiesi, esperta di educazione alla memoria, fondatori della Scuola di Pace di Monte Sole
[Ringraziamo per l’immagine il prof. Carlo Gentile, coordinatore del progetto “Le stragi nell’Italia occupata 1943-1945 nella memoria dei loro autori”. La fotografia proviene da US NARA, Signal Corps 359311]
In occasione di questo importante anniversario, la comunità di Monte Sole non solo si è attivata per proporre dei momenti importanti di approfondimento, studio e riflessione, ma si è anche allargata fino a raggiungere Bologna.
Come sempre, per parte nostra, siamo felici di accompagnarvi in visita ai luoghi dell’area del memoriale, desiderosi/e di scambiare idee e pensieri con voi:
- sabato 28 settembre, ore 16:30
- domenica 29 settembre, ore 16:30
- sabato 5 ottobre, ore 15:00
- domenica 6 ottobre, ore 16:30.
Queste visite proporranno l’esplorazione della domanda “Ma davvero la storia insegna?”, uno degli stimoli che il nostro lavoro quotidiano con cittadini/e in cammino ci ha consegnato come pietra di inciampo nella riflessione su pacifismo, attivismo e resistenza.
Qui di seguito il programma completo delle celebrazioni.


