
𝑻𝒉𝒆 𝒎𝒐𝒔𝒕 𝒍𝒐𝒏𝒆𝒍𝒊𝒆𝒔𝒕 𝒅𝒂𝒚 𝒐𝒇 𝒎𝒚 𝒍𝒊𝒇𝒆… 𝒊𝒕’𝒔 𝒂 𝒅𝒂𝒚 𝒕𝒉𝒂𝒕 𝑰 𝒂𝒎 𝒈𝒍𝒂𝒅 𝑰 𝒔𝒖𝒓𝒗𝒊𝒗𝒆𝒅
Lonely Day, System of a Down
𝐼𝑙 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑠𝑜𝑙𝑖𝑡𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑖𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎… 𝑒̀ 𝑖𝑙 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑖𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎𝑣𝑣𝑖𝑠𝑠𝑢𝑡𝑜
Lonely Day, System of a down
È un filo sottile quello che unisce tutti i sopravvissuti e le sopravvissute a qualsiasi evento, che si tratti di catastrofi naturali, di incidenti, di guerre, stragi o fughe da situazioni impossibili.
Le tragedie a cui sono sopravvissuti/e possono essere estremamente diverse, i contesti sono differenti, eppure spesso i/le sopravvissuti/e sembrano capirsi tra di loro, quasi avessero un linguaggio comune.
Tra le reazioni più comuni della vittima e sopravvissuto/a c’è senza dubbio il senso di colpa, legato ad un’idea di privilegio che accompagna la sopravvivenza, il cui retropensiero è credere di essere sopravvissuti/e a spese di coloro che sono morti/e, come se dovesse esistere una quota fissa di sopravvissuti e la propria permanenza in vita escludesse automaticamente, ad esempio, i propri familiari o amici.
Inoltre, si può sviluppare la sensazione di non meritare la sopravvivenza, come se solo chi ha un dono speciale, è particolarmente buono o “utile”, debba sopravvivere.
Altra reazione comune è il “sarei dovuto/a morire con gli altri” e la conseguente fatica di riprendere la propria vita.
Quando 𝙘𝙪𝙡𝙩𝙪𝙧𝙤𝙩𝙞𝙥𝙤, cioè il sistema di valori, idee, credenze e 𝙗𝙞𝙤𝙩𝙞𝙥𝙤, ossia ciò che fa agire per la sopravvivenza e per evitare il dolore, non lavorano insieme, si produce una ferita profonda nel sistema biopsichico, che è unitario.
Il sopravvissuto e la sopravvissuta non possono essere considerati/e fortunati/e, non sono pienamente felici di essere ancora in vita.

