
02.10.1944 – 02.10.2025
“Il trauma culturale avviene quando i membri di una collettività sentono di essere stati vittime di un evento orrendo che segna in maniera indelebile la loro coscienza di gruppo e le loro memorie per sempre, mutando la loro identità futura in modi irrevocabili e fondamentali.
[…] il trauma culturale è innanzitutto un concetto empirico, scientifico che suggerisce nuove e significative relazioni causali ad eventi, strutture, percezioni e azioni che precedentemente non erano in relazioni. Ma questo nuovo concetto scientifico illumina anche un campo emergente di responsabilità sociale e azione politica” (J. Alexander, 2004).
La definizione di città martire è legata al concetto di trauma culturale che, come molti traumi, viene passato di generazione in generazione, come parte della memoria che plasma l’identità di una collettività.
Nuove generazioni che non necessariamente discendono da persone che hanno direttamente esperito quel trauma, in qualche forma ne incorporano il vissuto e continuano a trasmetterne la memoria.
È importante sottolineare però la traduzione del trauma culturale e della memoria in azione politica e responsabilità sociale.
Pur non esplicitato, era questo il concetto che sosteneva l’idea del ruolo che le città martiri dovevano assumere secondo il pensiero di Dante Cruicchi.
In questo momento storico, occorre però osservare che, pur se l’idea di trauma culturale e di utilizzare la memoria come motivazione per l’azione sono tuttora validi, è forse il concetto di città che andrebbe parzialmente rivisto.
Ci sono interi stati o regioni colpiti da quegli “eventi orrendi”…
Infine, occorre sottolineare che la responsabilità sociale e l’azione politica sono davvero possibili come forma di elaborazione del trauma culturale solo in un momento di post trauma, solo quando l’”evento orrendo” termina.
Cosa succede quando quell’evento è continuo, per anni?
“Il nostro trauma è la perdita di vite umane. Il vostro trauma è la fine del diritto umano” Samah Jabr.

