“Commemorare la strage di Monte Sole significa non solo ricordare le vittime, ma anche, per evitare che quanto accaduto si ripeta, indagare sulle cause che hanno portato a questo insensato ed evitabile omicidio di 770 persone.
È certo fondamentale guardare alle cause socio-politiche, ma è anche importante prestare attenzione alle dinamiche individuali.
Questo sembra naturale se si volge l’attenzione alle persone colpite dal massacro e ai loro discendenti. Fisicamente e psicologicamente, devono costantemente fare i conti con l’esperienza estrema della violenza.
La questione sembra più sfuggente se ci si rivolge al lato dei perpetratori.
Solo pochi autori del massacro di Monte Sole sono conosciuti per nome.
Di questi pochi, solo Walter Reder, complice la specifica vicenda processuale, è entrato nella memoria collettiva.
La quasi totalità dei perpetratori presenti a Monte Sole, sopravvissuti alla guerra, fu in grado di tornare alla vita civile. Raramente dovettero temere conseguenze per aver partecipato a crimini di guerra. Al contrario, hanno condotto una vita di negazione e repressione delle loro azioni.
Ma quali conseguenze ha avuto questa situazione?
In Germania, diversi studiosi si sono dedicati ad indagare questa peculiare condizione.
La ricerca psicologica ha dimostrato che i sentimenti di colpa e di vergogna che conseguono ad azioni tanto gravi possono essere attutiti praticando una sorta di inversione tra il ruolo del colpevole e quello della vittima.
Come se le vittime fossero responsabili dei sensi di colpa provati, vengono successivamente trasformate in carnefici e la violenza contro di loro viene così legittimata.
Questo meccanismo psicologico, in cui i sensi di colpa vengono sostituiti dal risentimento, impedisce l’insorgere di sentimenti individualmente dolorosi e scomodi, ma allo stesso tempo rende difficile una reale comprensione storica condivisa a livello comunitario.
Si è riscontrato anche che questo modo di gestire i sensi di colpa è stato ereditato anche dai figli dei perpetratori, riportando così nella società pregiudizi, risentimenti e senso di rivalsa che la fine del conflitto aveva attutito.
In molte famiglie l’educazione dei figli, già estremamente autoritaria, è stata utilizzata per attenuare la ferita narcisistica subita dai genitori in seguito alla sconfitta del nazionalsocialismo.
In queste costellazioni familiari, ai figli veniva affidato il compito di proteggere i genitori dai propri sensi di colpa latenti e dal sentimento di fallimento generale.
Capisaldi dell’ideologia nazionalsocialista, come l’odio e la violenza, venivano spostate dalla sfera sociale a quella familiare, e conseguentemente i genitori confermavano la propria integrità morale e riuscivano ad allontanare il senso di insignificanza per proteggersi dalla minaccia dell’autosvalutazione.
I perpetratori – ma anche gli indifferenti – usavano i propri figli come schermo di proiezione su cui trasferire i sensi di colpa e scaricare la propria inadeguatezza.
In questo processo, i bisogni dei bambini, come la comprensione, l’apprezzamento e l’affetto, venivano contrassegnati come deboli e il loro soddisfacimento veniva negato. Al contrario, i figli degli autori e degli astanti hanno sperimentato la durezza educativa e il rifiuto.
Questi bambini non hanno avuto altra scelta che sentirsi responsabili e interiorizzare queste aggressioni. In questi casi, le persone hanno sviluppato caratteristiche particolari, che possono andare dalla mancanza di empatia fino all’affinità con la violenza.
Questa distruttività è stata quindi trasmessa anche alle
generazioni successive e può quindi ripetersi ancora e ancora, anche se in modo diverso.
Uscire da questa situazione non è impossibile ma è necessario superare l’identificazione con i genitori ed esaminare criticamente il ruolo dei singoli membri della famiglia nel nazionalsocialismo.
L’importanza di venire a patti con questo coinvolgimento non è quindi solo quella di elaborare i propri sentimenti di stress, ma anche di modificare i tratti familiari ereditati, come la mancanza di empatia, il risentimento e l’aggressività, in modo da non riversarli più nella società”.
[Leonard Ludwig, Università di Colonia, progetto “Le stragi nell’Italia occupata (1943-1945) nella memoria dei loro autori”.
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