Esperienza e memoria sono inseparabili.
Scrivere è sondare o riunire schegge o scintille di esperienza e memoria per costruire un'immagine determinata. Nello stesso modo si può ricamare con pezzettini di filo di differenti colori, combinati con pazienza, sopra una tela bianca.

Juan Josè Saer
Tutta la memoria è costruzione di memoria.
Ciò che si ricorda, ciò che si dimentica e il senso che si attribuisce ai ricordi non è implicito al corso degli eventi: esso obbedisce ad una selezione che ha implicazioni etiche e politiche.

Alejandra Oberti
Quando diciamo che un popolo ricorda diciamo che un passato è stato attivamente trasmesso alle generazioni contemporanee attraverso i canali della memoria e che questo passato trasmesso è stato recepito come dotato di un proprio senso.

Yosef Hayim Yerushalmi
Tutta la memoria è individuale, non riproducibile e muore con la persona che la porta.
Quella che chiamiamo memoria collettiva non è un ricordo, è un'affermazione: l'affermazione che una tal cosa o un'altra sono importanti.

Susan Sontag
È il presente, o meglio sono i pericoli del presente, della nostra società attuale, che convocano la memoria

Walter Benjamin
La memoria è uno strumento meraviglioso però fallace: è uno spazio di battaglie, verità e bugie.

Primo Levi

Ricerca Storica

A cura di Marzia Gigli e Maria Chiara Patuelli

I nuclei problematici

La produzione del documentario “Quello che abbiamo passato”. Memorie di Monte Sole è stata finalizzata in primo luogo a fornire uno strumento educativo concreto che restituisca la complessità e la molteplicità delle memorie attraverso le parole dei protagonisti degli eventi di Monte Sole. Esso è stato altresì un primo risultato di un percorso di ricerca storica intrapreso nel 2005 e tuttora in corso.

La nostra ricerca si colloca nel solco aperto dal dibattito storiografico, in corso da più di dieci anni, sul rapporto tra Resistenza e popolazioni civili, sulle dinamiche delle stragi nazifasciste in Italia, sulle elaborazioni delle differenti, e spesso discordanti, memorie legate a quelle stragi. Tale dibattito riflette profondamente sulle radici stesse dell’identità nazionale italiana del dopoguerra e sulla “memoria fondativa della Repubblica Italiana”.

Crediamo che sia necessario aprire un discussione più ampia su queste tematiche anche relativamente agli eccidi di Monte Sole, la cui memoria pubblica tanto ha segnato la politica del ricordo nell’Italia del secondo dopoguerra.

Memoria pubblica e memorie individuali

Riteniamo importante indagare a fondo il rapporto tra la costruzione di una memoria ufficiale gestita attraverso le celebrazioni, le monumentalizzazioni, il discorso pubblico e le molteplici memorie individuali o collettive dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime.

Questi ultimi sono portatori di memorie, tra loro talvolta estremamente diversificate, che vengono elaborate e rielaborate anche in relazione a particolari eventi storici o avvenimenti della propria storia personale. Come emerge anche dalle interviste riportate nel video, spesso le memorie sono discordanti fino ad arrivare a rappresentazioni totalmente opposte del medesimo fatto. Risulta quindi interessante ai fini del nostro studio non tanto la ricerca di una ricostruzione storica attendibile degli eventi accaduti, attribuendo valore di verità all’una o all’altra rappresentazione, quanto piuttosto il riportare alla luce le differenti interpretazioni dei vari protagonisti e le stesse deformazioni indotte dalla memoria.

Come dice Portelli: “Non esistono solo una memoria “ufficiale” e “ideologica” da un lato e una memoria autentica e pura dall’altro (per cui una volta decostruita la prima possiamo affidarci alla verità della seconda), ma una molteplicità di memorie mediate sul piano ideologico, culturale, narrativo”.

L’analisi di questa molteplicità di memorie, dei rapporti che tra esse intercorrono e del dialogo anche teso (e spesso ideologico) che si sviluppa tra loro nel corso degli anni: lo studio di tutti questi elementi ci può fornire uno sguardo complesso e composito sulla storia della II guerra mondiale dei successivi 60 anni a livello locale e nazionale.

Il rapporto fra formazioni partigiane e popolazioni civili

Al centro del dibattito sulle memorie divise è il tema del rapporto tra formazioni partigiane e popolazioni civili.
Nel caso di Monte Sole la ri/costruzione postbellica di questo rapporto è stata caratterizzata da una forte idealizzazione che ha visto l’identificazione totale tra popolazione di Monte Sole e lotta resistenziale, dove l’intera comunità avrebbe aderito con consapevolezza etico-politica ai valori resistenziali sostenendo entusiasticamente a tutti i livelli (materiale, logistico, ideale) la Brigata Stella Rossa. A proposito della memoria della Resistenza, e in particolare del rapporto tra gruppi partigiani e popolazione civile, Paggi scrive: “Le azioni di una minoranza attiva sono estese all’insieme della società nell’intenzione di procedere a quella che è stata definita la “nazionalizzazione” delle vittime del nazifascismo. Ossia una strategia di rilegittimazione dello stato nazione affidata alla costruzione di una tradizione e di una leggenda etico-politica, che spesso idealizza i dati di una realtà più prosaica”. La costruzione del “mito resistenziale” è stata necessaria ad una rifondazione dell’identità collettiva che voleva trovare le sue radici in una grande lotta democratica ed antifascista condivisa e appoggiata da tutto il popolo italiano, anche per dimenticare l’adesione di massa al fascismo e le responsabilità collettive per le leggi razziali e i crimini di guerra. Un’immagine oleografica della Resistenza come guerra di un intero popolo ha rappresentato anche un grande cerimoniale di auto-assoluzione degli italiani. Crediamo che sia essenziale oggi la decostruzione del “paradigma antifascista” per restituire una realtà storica molto più complessa, fatta di atteggiamenti diversificati e dove il rapporto fra popolazioni e partigiani viene continuamente ricontrattato e non è mai dato una volta per tutte. E’ quello che Pezzino e Battini definiscono lo scarto tra la resistenza come lotta e la resistenza come “mito politico”.
Spesso, come emerge anche dalle interviste contenute nel documentario, i sopravvissuti di Monte Sole non si riconoscono nel “paradigma resistenziale” ma si rappresentano come vittime innocenti di una Storia di cui loro non sono attori attivi in prima persona. Nella ricostruzione degli eventi e nella redazione del racconto testimoniale, la strage non viene inserita all’interno di un contesto più ampio che possa in parte spiegare i meccanismi della violenza da loro subita: i tedeschi sono percepiti quasi come calamità naturali, pressoché esenti da responsabilità umane, mentre a volte la semplice presenza dei partigiani viene individuata come causa stessa della strage. I partigiani diventano quindi capri espiatori della tragedia vissuta, proprio perché posseggono le caratteristiche che predestinano gli individui ad assumere la parte: sono minoranze, sono interni ed esterni alla comunità, commettono atti bellici pur non essendone ufficialmente legittimati.

La necessità di attribuire la responsabilità dei fatti a chi è alla propria portata nasconde l’esigenza di restituire senso ad una situazione terrificante e di trovare concatenazioni logiche che possano spiegarla (per esempio azioni belliche di “formazioni irregolari” e “naturale” rappresaglia dell’esercito tedesco).

D’altro canto i partigiani vengono accusati da alcuni sopravvissuti di non aver adeguatamente difeso la popolazione dopo averla messo a rischio con le proprie azioni. Nonostante la consapevolezza della grande disparità di forze tra la Stella Rossa e l’esercito nazista, vi è la recriminazione di non aver fatto tutto il possibile per proteggere i civili, quasi di non essersi sacrificati per loro, rimanendo tra i pochi superstiti (che, va ricordato, nella strage di Monte Sole sono per la maggior parte partigiani e uomini adulti che si erano nascosti nei boschi).

Le commemorazioni ufficiali e la costruzione del Sacrario di Marzabotto

Nella ricostruzione delle responsabilità della strage rielaborata negli anni, da parte dei famigliari delle vittime, ha giocato una parte importante la gestione della memoria pubblica ufficiale.

Le commemorazioni ufficiali sono sempre state improntate ad una celebrazione eroica dei combattenti della Stella Rossa. La storiografia e la pubblicistica che sono state prodotte fin dall’immediato dopoguerra sulla strage, hanno posto l’accento sul grande ruolo della brigata partigiana e sulla sua eroica resistenza all’attacco tedesco. Recita la motivazione per il conferimento della Medaglia d’Oro al valor militare nel 1946: “[...] Marzabotto preferì ferro, fuoco e distruzioni piuttosto che cedere all’oppressore. Per 14 mesi sopportò la dura prepotenza delle orde teutoniche che non riuscirono a debellare la fierezza dei suoi figli arroccati sulle aspre vette di Monte Venere e di Monte Sole sorretti dall’ amore e dall’incitamento dei vecchi, delle donne e dei fanciulli. Gli spietati massacri degli inermi giovinetti, delle fiorenti spose, dei genitori cadenti non la domarono ed i suoi 1830 morti riposano sui monti e nelle valli a perenne monito alle future generazioni di quanto possa l’amore per la patria”.
Per comprendere quindi la nascita e lo sviluppo di una memoria antipartigiana è opportuno mettere in relazione diversi fattori: il rapporto a tratti problematico tra partigiani e popolazioni civili, il trauma provocato dall’eccidio che fa esplodere tensioni in precedenza anche solo potenziali, e infine la gestione della memoria e le celebrazioni ufficiali, che negli anni aumentano il risentimento dei famigliari delle vittime. Ciò che traspare dal racconto di alcuni sopravvissuti è la percezione della strumentalizzazione delle proprie sofferenze: mentre loro si auto-rappresentano come vittime “innocenti” al di fuori di qualsiasi dinamica storico-politica, il discorso pubblico nazionalizza le loro sofferenze e li rende “martiri della libertà” (cfr. motivazione Medaglia d’Oro a Marzabotto sopra riportata). Alcuni familiari tentano in vari modi di sottrarsi a questa nazionalizzazione e sviluppano una memoria antipartigiana. Nella nostra interpretazione questa memoria sembra configurarsi come una reazione alla costruzione del mito del partigiano come eroe: l’oggetto del proprio rancore non è tanto la lotta partigiana così come è stata vissuta dalla comunità locale durante la guerra, bensì il “Partigiano Eroe” e la “Resistenza Antifascista” così come sono stati successivamente mitizzati. Lo stesso tipo di tensione tra politiche del ricordo istituzionali e memorie individuali la troviamo nel caso della costruzione del Sacrario di Marzabotto completato nel 1960. La strage ha avuto luogo in 115 località sparse in un territorio montagnoso molto esteso, appartenente ai Comuni di Marzabotto, Monzuno e Grizzana. La vicenda della sepoltura delle vittime ha avuto uno svolgimento tortuoso: a ridosso della strage sepolte in fretta e furia in fosse comuni, sono state in un secondo momento riesumate e sepolte in vari piccoli cimiteri della zona, le spoglie vennero infine tutte riunite nel Sacrario alla fine degli anni cinquanta. Il Sacrario di Marzabotto appartiene, come altri sacrari militari della II guerra mondiale, al Ministero della Difesa ed è gestito dal Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra.
Risulta dalla nostra ricerca come la costruzione del Sacrario sia percepita da parte di alcuni familiari delle vittime come un’espropriazione delle salme dei propri cari e uno spostamento indebito del luogo della memoria, dai piccoli cimiteri di montagna della zona di Monte Sole ad una costruzione monumentale posta nel centro di uno dei paesi teatro della strage che accomuna i caduti della I guerra mondiale e i morti, civili e militari, della seconda. è quindi un caso emblematico delle frizioni tra memorie individuali e memoria pubblica, tra il desiderio di ricordare ed elaborare il lutto in forma privata e l’esigenza di “nazionalizzare” le vittime della strage, rendendole patrimonio pubblico e condiviso.

L’”Armadio della vergogna” e il processo

I sopravvissuti e i familiari delle vittime hanno vissuto negli ultimi quattro anni un nuovo momento di rielaborazione individuale e collettiva della memoria: l’avvio delle indagini preliminari e l’apertura del processo per l’eccidio di Monte Sole che si è celebrato tra il gennaio 2006 e il gennaio 2007 presso il Tribunale Militare di La Spezia. I motivi per cui solo dopo 62 anni si è potuto celebrare questo grande processo vanno ricercati anche in ciò che è stato chiamato il caso “Armadio della Vergogna”. Con questa espressione si intende la vicenda dei 695 fascicoli delle istruttorie processuali italiane ed alleate – condotte tra il ’44 e il ’50 relativamente alle stragi nazifasciste e ai crimini di guerra compiuti in Italia tra l’8 settembre ’43 e il 25 aprile ’45 – archiviati illegalmente nel 1960 dal procuratore generale militare Enrico Santacroce presso la Procura Militare di Roma e riportati alla luce nel 1994. Successivamente a questa data sono state aperte le istruttorie su decine di casi di eccidi, tra gli altri: Civitella Val di Chiana, Sant’Anna di Stazzema, Bardine-S.Terenzo. Per quanto riguarda Monte Sole, nel 2002 sono state avviate le indagini che hanno portato all’apertura del processo nel febbraio 2006.

La vicenda dell’”Armadio della Vergogna” e del processo rappresentano per i familiari delle vittime, ma anche per le istituzioni del territorio, un modo differente di ricordare collettivamente quei tragici eventi: si tratta di un rito pubblico collettivo che va al di là delle logiche delle commemorazioni. La celebrazione di questo “rito” consente ai familiari e ai superstiti non solo di raccontare la propria storia ma di farlo in un luogo, il tribunale, dove viene valorizzata, legittimata e considerata come fonte indispensabile per il raggiungimento della giustizia. Consente altresì di ascoltare le storie degli altri e la propria intrecciate insieme in una esposizione storica chiara e dettagliata, forse per la prima volta. L’esigenza di ricostruire minuziosamente gli eventi nella loro complessità in un’ottica processuale rende la ricostruzione dei fatti scevra da retorica e necessario il contributo di tutti coloro che possono e vogliono dire qualcosa. Moltissimi sopravvissuti e familiari delle vittime, anche quelli che si sono sempre posti a lato del discorso pubblico, hanno sentito in questo caso l’esigenza di testimoniare, di dare il proprio apporto e di partecipare a questo grande rito collettivo celebrato in un luogo simbolico e ufficiale, seppure con livelli di aspettative differenti e, in qualche caso con riluttanza e resistenze interiori.

In questo contesto le istituzioni, da sempre voce della memoria pubblica ufficiale, si sono attivate per mobilitare tutti i testimoni e aiutarli anche logisticamente a partecipare al dibattimento e a incontrarsi con gli avvocati di parte civile. Questo ha consentito anche a quei testimoni che negli anni avevano maturato e consolidato un distacco nei confronti delle istituzioni e della gestione della memoria pubblica di entrare in contatto con esse in nome di un fine comune più o meno condiviso: la ricostruzione di ciò che avvenne a Monte Sole, l’individuazione e l’acclaramento delle responsabilità di alcuni militari rispetto a quegli eventi, e la condanna degli imputati con conseguente riparazione economica dei danni subiti dalle vittime e dai loro familiari.

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