Esperienza e memoria sono inseparabili.
Scrivere è sondare o riunire schegge o scintille di esperienza e memoria per costruire un'immagine determinata. Nello stesso modo si può ricamare con pezzettini di filo di differenti colori, combinati con pazienza, sopra una tela bianca.

Juan Josè Saer
Tutta la memoria è costruzione di memoria.
Ciò che si ricorda, ciò che si dimentica e il senso che si attribuisce ai ricordi non è implicito al corso degli eventi: esso obbedisce ad una selezione che ha implicazioni etiche e politiche.

Alejandra Oberti
Quando diciamo che un popolo ricorda diciamo che un passato è stato attivamente trasmesso alle generazioni contemporanee attraverso i canali della memoria e che questo passato trasmesso è stato recepito come dotato di un proprio senso.

Yosef Hayim Yerushalmi
Tutta la memoria è individuale, non riproducibile e muore con la persona che la porta.
Quella che chiamiamo memoria collettiva non è un ricordo, è un'affermazione: l'affermazione che una tal cosa o un'altra sono importanti.

Susan Sontag
È il presente, o meglio sono i pericoli del presente, della nostra società attuale, che convocano la memoria

Walter Benjamin
La memoria è uno strumento meraviglioso però fallace: è uno spazio di battaglie, verità e bugie.

Primo Levi

Casaglia

La chiesa di Santa Maria Assunta di Casaglia era la chiesa più importante di tutta la zona ed il punto di riferimento per tutti i fedeli che abitavano l’area di Monte Sole.

Il 29 settembre, moltissime persone, quando si rendono conto di cosa sta succedendo, fugge da molte localit e case limitrofe verso la Chiesa di Casaglia. Sono solo donne, bambini e persone anziane. Gli uomini adulti si nascondono nei boschi. Ad attendere in chiesa c’è il parroco Don Ubaldo Marchioni che inizia con loro a pregare e recitare il rosario.

Ecco cosa racconta Cornelia Paselli (18 anni), sopravvissuta alla strage, che perde la madre e due fratellini:
Noi scappammo di gran corsa a questa chiesa che era la parrocchia di Casaglia. Come arrivammo su alla chiesa ci trovammo cento persone perché tutti erano fuggiti lì perché pensavano nessuno avrebbe fatto del male e nemmeno incendiato la chiesa. Ci sentivamo al sicuro. Difatti andammo dentro e poi arrivò anche il prete e disse: “Diciamo il rosario perché c’è pericolo, preghiamo”, ma nessuno riusciva a pregare perché ci era venuta una grande angustia. Aspettammo aspettammo, sempre con una gran paura addosso, poi d’un tratto sentimmo bussare alla porta, erano i tedeschi delle SS.
Cominciarono a urlare: “Tutti fuori, tutti fuori!!” e poi parlarono con il prete: “Accompagni tutta questa gente a Cà Dizzola”. Allora io a sentire così pensai: “Appena sono nel bosco, mi nascondo”, proprio pensai subito di nascondermi da questo pericolo. Intanto che ci incamminiamo, all’incrocio che va giù a Cerpiano, arrivò un’altra squadra di tedeschi. Appena ci videro fecero degli urli: “Alt Alt Alt!”.
Intanto un ufficiale diede l’ordine di abbattere il cancello del cimitero. Allora io, vedendo quella scena, dissi a mia madre:” Mamma, vedi lì c’è la nostra fine” io vidi già la scena, la fine. Poi presero il prete con loro e piazzarono un tedesco di fronte a noi con la mitragliatrice; dovevamo aspettare la risposta perché il prete aveva detto: “I vostri camerati hanno detto di andare a Cà Dizzola”. Aspettammo lì quasi una mezz’ora, pioveva e poi arrivò un tedesco a dare l’ordine. Cominciò a dire: “Raus raus!”, io chiesi: ” Come?” E lui: “Avanti avanti!”, in malo modo con arroganza.
Io ero in mezzo al gruppo ed entrando in mezzo al cancello del cimitero, pensavo…pensavo a tante cose, che non riuscivo a fare un pensiero nitido, volevo scappare , volevo buttarmi, l’ultima cosa da potermi salvare, ma non ci riuscivo, sembrava che il cervello scoppiasse, allora spingevo spingevo perché volevo stare in mezzo al gruppo, mi sentivo un po’ protetta e invece finii contro il muro proprio sull’esterno nella parte sinistra e lì non riuscivo neanche a fare un passo, poi davanti a me avevo il tedesco che piazzò la mitragliatrice proprio dalla mia parte, di fronte.
Vedevo tutto, sentivo tutto, vidi che caricava la mitragliatrice con il nastro di proiettili e io rimanevo lì dritta così e volevo sempre spingere, non ci riuscivo. D’un tratto sentii un colpo talmente forte, talmente forte, non sapevo cos’era. Possibile la mitragliatrice? Ma come è pesante per fare un…poi veniva giù l’intonaco, poi capii che era una bomba a mano, era stata una grande esplosione. Questa bomba mi fece fare un salto, una capriola che mi portò proprio nel centro della gente, del gruppo ma con la testa conficcata a terra e la gambe per aria. E lì cominciai a sentire tutto il sangue addosso degli altri, e dicevo: “Dio! Tutto…”., mi colava sulla faccia, dappertutto e pensai questo è il sangue dei feriti, poi per un attimo ebbi la paura che fosse il mio e lì svenni.
Dicevo, pensai, se sono stata colpita e non ho sentito il dolore? Proprio mi feci questa domanda e lì svenni. Mi accorsi che ero svenuta perchè dopo tanto tempo sentivo delle voci lontane, lontane invece era mia madre che mi chiamava: “Cornelia, Cornelia…” e io stavo zitta dalla paura e lei insisteva: “Sei ancora viva?”, “Sì mamma, stai zitta per carità”. Tutti piangevano, una quando sentì la mia voce, mi disse, vienmi ad aiutare ti prego, mi manca la mano….La mamma disse: “Non sto più in piedi, mi hanno mitragliato tutte le gambe”, non stava più in piedi. E poi disse: “Gigi e la Maria sono già andati……”. Invece mi sorella, mia sorella urlava, aveva 15 anni diceva: “La mia testa, la mia testa!”, aveva avuto una esplosione vicina, vicina che aveva ucciso un donna e lei era convinta di avere la testa spaccata.
Io riuscivo a camminare ma mi ci è voluto a tirarmi fuori perché avevo tutti i corpi addosso, ma dovevo aiutare mia madre. Lei non si lamentava e io le dicevo: “Adesso mi tiro su e ti vengo ad aiutare”. Sono stata lì dalle 9 alle 4 del pomeriggio, poi quando ho visto che i tedeschi se ne erano andati, c’era un bambino in piedi che guardava e diceva: “Non c’è nessuno, non ci sono più, scappate”! Allora per prima scappò la Lucia Sabbioni, poi altre 2 o 3. La Lucia era molto ferita e la portavano in spalla. Mi alzai su, trascinai mia madre vicino al muretto, le feci un laccio nella coscia perché sanguinava tutta, e la adagiai vicino al muretto. “Mamma adesso corro a Cerpiano che vado a cercare aiuto, e ti portiamo a Bologna al Rizzoli, là fanno le gambe nuove”, cercavo di consolarla e lei poverina era paziente. Lì rimase mia sorella e mia cugina. Appena fuori, era tutto scoperto e si vedeva Cerpiano benissimo, allora, anche l’oratorio.
Sul gradino dell’oratorio c’era un tedesco di guardia e da dentro si sentivano delle urla, delle grida… e io capii che anche là era successo uguale. Quando vidi così cominciai a scappare nel bosco e finii a Gardelletta, sempre per cercare qualcuno, non c’era un’anima.
Un tedesco di guardia non mi vide. Andai verso la ferrovia, passai dalla nostra casa ma non ebbi il coraggio di andare dentro, la guardai così e mi dissi: “Cosa ci vado a fare?, non c’è nessuno”. Allora pensai di andare su dai contadini, perché noi avevamo una pecorina, mio padre nello sfollare l’aveva lasciata lì da loro.
Quando arrivai su, era vicino a casa nostra, trovai i contadini morti nell’aia, poi mi guardai attorno, vidi la pecorina sgozzata, tutta piena di sangue e lì rimasi talmente male, avvilita, mortificata che cominciai a piangere, piangere perché fino ad allora non ero riuscita a piangere. Vedendo la pecorina, capii che era finito tutto. Andai giù singhiozzando, per me era già morto tutto. Arrivai a Casa veneziani ed erano tutti morti anche lì

Il racconto di Lidia Pirini (17 anni):
Era il 29 settembre, alle nove del mattino. Alla notizia dell’arrivo dei tedeschi, avevo preferito fuggire a Casaglia, sembrandomi Cerpiano luogo meno sicuro. Abbandonai così i miei familiari, e non ero con loro quando li assassinarono. Mia madre e una sorella di dodici anni, otto cugini e quattro zie, furono massacrati il 29 e 30 settembre in Cerpiano. Il 29 li ferirono soltanto, il 30 i nazisti tornarono a finirli.
Quando a Casaglia fummo convinti che i nazisti stavano per arrivare perché si sentivano gli spari e si vedeva il fumo degli incendi, nessuno sapeva dove correre e cosa fare. Alla fine ci rifugiammo in chiesa, una chiesa abbastanza grande, piena per metà, e don Mar-chioni cominciò a recitare il rosario. Ho saputo in seguito che lo trovarono ucciso ai piedi dell’altare: allora non me ne accorsi e adesso riferisco solo quanto ricordo.
Quando arrivarono i nazisti io non li vidi, avevo paura a guardarli in faccia. Chiusero la porta della chiesa e dentro tutti urlavano di terrore, specialmente i bambini. Dopo un poco tornarono ad aprire e ci misero in mezzo a loro e ci condussero al cimitero: dovettero scardinare il cancello con i fucili perché non riuscirono ad aprirlo.
Ci ammucchiarono contro la cappella, tra le lapidi e le croci di legno; loro si erano messi negli angoli e si erano inginocchiati per prendere bene la mira. Avevano mitra e fucili e cominciarono a sparare. Fui colpita da una pallottola di mitra alla coscia destra e caddi svenuta.
Quando tornai ad aprire gli occhi, la prima cosa che vidi furono i nazisti che giravano ancora per il cimitero, poi mi accorsi che addosso a me c’erano degli altri, erano morti e non mi potevo muovere; avevo proprio sopra un ragazzo che conoscevo, era rigido e freddo, per fortuna potevo respirare perché la testa restava fuori. Mi accorsi anche del dolore alla coscia, che aumentava sempre più. Mi avevano scheggiato l’osso e non sono mai più riuscita a guarire bene, anche dopo mesi e anni di cura.
Venne la sera, venne la notte, io stavo sempre là sotto, senza rischiare a gridare o lamentarmi, perché avevo paura, anche se il dolore alla coscia si era fatto insopportabile e non riuscivo più a respirare per quelli che mi stavano addosso. Intorno a me sentivo i lamenti di alcuni feriti.
Così passò la notte e quasi tutto il giorno 30. Sul tardo pomeriggio arrivò finalmente un uomo a cercare i familiari: li trovò tutti massacrati e anche una parente ferita che trasportò fuori dal mucchio dei cadaveri. Lo chiamai e mi venne vicino: «Tutti morti — mi disse — moglie e figli tutti morti!». Mi dimenticai di chiedergli che mi tirasse fuori dalla mia posizione, né a lui venne in mento di farlo. Lo pregai però di tornare ad aiutarmi dopo aver soccorso la sua parente; me lo promise, purché non avesse avvertito la presenza dei nazisti. Così se ne andò e io stetti ad aspettare. Verso sera, ci si vedeva ancora, trovai finalmente la forza di decidermi, riuscii a scostarmi i cadaveri di dosso e pian piano mi allontanai dal cimitero
.  (testimonianza tratta da Renato Giorgi, Marzabotto parla)

Il racconto di Lucia Sabbioni (18 anni), che a Casaglia perde 5 familiari:
Bussarono alla porta ed entrarono in chiesa.
Mi girai a guardarli: avevano intorno alla vita una fascia di proiettili. Si avvicinarono all’altare e Don Ubaldo smise di pregare e si mise a parlare con loro. Io non capivo, li guardavo e vidi che avevano facce truci che non lasciavano alcuna speranza. L’unica parola che intesi fu kaput: quella parola la conoscevo bene, perché mio padre, avendo lavorato per tre anni in Germania, aveva imparato un po’ di tedesco e quando si arrabbiava con noi, la pronunciava. Il significato era: Ti ammazzo!
Ci obbligarono ad uscire. Ero già sulla porta, mi voltai e vidi Vittoria di Cà Baguzzi, una bella ragazza paralitica su una sedia. Io la conoscevo bene: molte volte andavo a prendere la ricotta – la faceva lei personalmente – e ai veglioni dei Nanni: era una gran bella famiglia. I tedeschi la costringevano a camminare, spingendola con la canna del fucile e gridando: Raus! Raus! Lei rispondeva disperata: Non vedete che sono malata? Poi, stramazzò a terra. Dalla piazza, ho sentito altri spari provenire dalla chiesa. La gente urlava disperata, mentre i tedeschi ci osservavano e tenevano sotto controllo. Circondati, ci ordinarono di proseguire verso il cimitero.
Dio mio, non c’e più scampo, moriremo tutti!
E, guardando le loro facce, perdevo ogni speranza. Arrivati davanti al cimitero ci intimarono l’alt e, non riuscendo ad aprire il cancello, due soldati lo mitragliarono. Ci ordinarono di entrare, sentii pronunciare ancora quella parola: Kaput! Cercai invano di trovare un modo per fuggire, ma non m’azzardai. Dissi a mia madre: Vieni qua in fondo, vicino alla cappella! Intanto, vidi due militari entrare: uno con una grossa mitraglia col treppiedi e l’altro con un fucile mitragliatore. Piazzarono le armi accanto al muro del cimitero, dalla parte sinistra. Altri entrarono, tenendo in mano delle bombe, ed ebbe inizio la carneficina: urla strazianti; pianti; la mitraglia che sparava di continuo e le bombe che scoppiavano; il fumo che ci soffocava; pezzi di carne – braccine, manine, testine – che saltavano in aria.
Gridai: Mamma, dov’e la Gianna, dove siete? Nessuna risposta. Avevo in braccio la mia sorellina Irene: non gridava più, era morta. Deliravo: Ora mi alzo e vado a picchiarli! Poi, ancora fra me e me: Se mi alzo vengo uccisa, quella mitraglia non cessa mai di sparare! Le grida cominciarono ad affievolirsi e cominciai a sentire quell’odore di sangue. Guardai Vittoria agonizzante che stava esalando gli ultimi respiri. Tutt’attorno, teste mozze e resti umani. La mia sorellina venne colpita in faccia, le mancava mezzo braccio e il visino, senza occhi, era ridotto a una poltiglia. Non riuscivo più a vedere le facce feroci dei due tedeschi che continuavano a caricare la mitragliatrice: la moglie del calzolaio di Gardelletta, Cleofe, una donna robusta che si reggeva sulle stampelle, mi era caduta addosso e un pezzo di gamba era caduto sul corpicino di mia sorella. Sentii ancora qualche flebile lamento e svenni.
Quando rinvenni, dicevo tra me e me: Ma io sono viva o morta? E se mi seppelliscono viva? Mi toccavo, da ogni parte e non facevo che togliermi di dosso resti umani intrisi di sangue. Pensavo fossero miei: Non è possibile: sono ferita, sono imbottita di sangue e no non sono morta! Piangevo e mi venne in mente Bertino: Dove sarà? se vedesse in che stato sono! Intanto, il silenzio si fece ancor più cupo e quell’odore di morte nauseante si fece ancora più forte. La mitragliatrice aveva smesso di sparare e, allora, cercai di muovermi. Sentii un dolore lancinante alla gamba sinistra e rimasi lì, aspettando la sepoltura.
Ad un tratto, sento una voce di bimbo: I tedeschi se ne sono andati, ma c’e ancora qualcuno vivo? Era il figlio di Tonelli, il quale gridava: Dite qualcosa! Siete tutti morti? Se qualcuno è ancora vivo, dica qualcosa!
Lo guardai e risposi: Sono ferita, ma sono viva, credo…
Altre voci gridarono: Sono viva! Ma come scappare di lì? Il bambino andò a vedere fuori dal cancello: non c’era più nessuno, almeno per il momento. Due ragazzine si alzarono per andarsene: le conoscevo, erano di Vado, e le vedevo quando c’era la festa in paese. Dissi loro: Aspettate, vengo con voi! Feci per alzarmi, ma ricaddi: non riuscivo a reggermi, il dolore era troppo forte. Gridai: Sono ferita, non cammino: aiutatemi! Ma risposero: Non possiamo, abbiamo fretta! Continuai a urlare: Non potete lasciarmi qui, mi seppelliscono viva! Ho paura, ho paura! E Vittoria, una delle due: Va bene, provo a prenderti in spalla. Stringimi al collo! Davanti al cancello mi lasciò un attimo, per sistemarmi meglio. Fu allora che vidi mia madre rivolta bocconi con la testa spaccata in due, i capelli sciolti intrisi di sangue. Vittoria mi faceva fretta, ma io chiesi un attimo per vedere come avevano ridotta la mia Gianna: la vidi – la riconobbi dal vestitino – riversa, irriconoscibile, anche se sembrava dare ancora qualche segno di vita.
Il bambino dei Tonelli non volle venire. Disse: Resto qui, vicino alla mamma, finché papà non verrà a prendermi.
(Testimonianza tratta da Lucia Sabbioni, Il diario del perdono e della rabbia)

Ed ecco quanto pubblica il n. 243 del Resto del Carlino di mercoledì 11 ottobre 1944, anno XXII dell’Era Fascista, nella cronaca di Bologna:

«Le solite voci incontrollate, prodotto tipico di galoppanti fantasie in tempo di guerra, assicuravano fino a ieri che nel corso di una operazione di polizia contro una banda di fuorilegge ben centocinquanta fra donne, vecchi e bambini, erano stati fucilati da truppe germaniche di rastrellamento nel comune di Marzabotto. Siamo in grado di smentire queste macabre voci e il fatto da esse propalato. Alla smentita ufficiale si aggiunge la constatazione compiuta durante un apposito sopralluogo. È vero che nella zona di Marzabotto è stata eseguita una operazione di polizia contro un nucleo di ribelli, il quale ha subito forti perdite anche nelle persone di pericolosi capibanda, ma fortunatamente non è affatto vero che il rastrellamento abbia prodotto la decimazione e il sacrificio di ben centocinquanta elementi civili. Siamo dunque di fronte a una manovra dei soliti incoscienti, destinata a cadere nel ridicolo perché chiunque avesse voluto interpellare un qualsiasi onesto abitante di Marzabotto o, quanto meno, qualche persona reduce da quei luoghi, avrebbe appreso l’autentica versione dei fatti».

Respiriamo questo luogo.
Cosa ci dice questo silenzio?
Cosa ci dicono le parole dei sopravvissuti?
Che cos è la guerra?
Che cos’è la pace?
Qual è il significato dell’articolo 11 della costituzione?
Perché stato scritto proprio dopo la seconda guerra mondiale?
Può esistere una giustizia per un massacro così?
Chi sono i responsabili?
Che significato hanno i processi che si sono aperti dopo 60 anni?
che cos’è il perdono?
È possibile in questi casi?
Cosa vuol dire riconciliazione?
Che differenza c’è tra il perdono e la riconciliazione?
Che significato reale ha la parola “pace”?
Cosa vuol dire “costruire una cultura di pace”?
Che ruolo giocano le memorie e il loro riconoscimento reciproco?

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